Cinema? O Nescafé del Cinema?

 Un pomeriggio con il registacontro, Gianni Bongioanni.

Dunque… è uno che ha sfiorato la storia del cinema francese… infatti Mr. D’Arcy, il fon­datore della TV francese,  diceva che se non avesse notato al Prix Italia 1957 il film FILO D’ERBA (Brain d’Erbe) di Gianni Bongioanni forse non sarebbe mai uscito LES 400 COU­PES, confidenza fattagli da Truffault, a cui era molto piaciuto il poetico lavoro di Bongio­anni, anzi, lo aveva in qualche modo influenzato. Poi c’è lo storico numero dei Cahiers di qualche anno fa, ADIEUX 35mm!!!, quando molti giuravano ancora sulla pellicola… beh… Bongioanni è stato un precursore, IL DIGITALE È LUI, e  ora col Cinema in piena svolta digitale, sempre irrequieto e avido di conoscenza, vorrebbe rivedere da capo l’intera Storia del Cinema, demolirne molti falsi miti, DIRE TUTTA LA VERITÀ. Pazzesco, ci staranno sì e no le briciole di tanta roba in un filmato di quindici minuti, questo dico al mio cameraman mentre premo il bottone del campanello.

Tiro a indovinare, lei è uno che ha fatto molti lavori e ha una passione sfega­tata per il dettaglio, non dico solo nel cinema, in ogni cosa che fa. Qui, ogni piano di la­voro è un’officina in miniatura. Da dove nasce tutto questo?

Tutto questo nasce dalla bottega/officina di mio padre. È lì che ho imparato a fare cinema.

Che fortuna!, un padre che già faceva cinema?

No, faceva rubinetti. Che è quasi come fare orologi, lo sa? Confronto con il duro metallo, col tornio, col calibro, con strumenti inventati da lui, perché un artigiano deve fare tutto da sé, specie nella Torino di quei tempi – con l’Autarchia voluta da Duce non si trovava niente – e avere una bottega significava mettere su una città/stato, un mondo del tutto autoso­stenibile.

Il cinema come mestiere artigianale, anzi un insieme di molti mestieri, quindi tante sapienze non facili, pochi autori ce l’hanno… »

Pochi dice?… meglio dire nessuno, le cose da vil meccanico tutti le evitano con cura.

Già, meglio affidarsi all’operatore di turno, al direttore della fotografia, al fonico, al direttore di doppiaggio, allo sceneggiatore, agli aiuti, agli aiuti degli aiuti, etc. etc.

Così non rompono le scatole, il Sistema vuole quello, se ne stanno con i loro paraocchi come vermi nella mela, una pacchia.

Perché, lei invece rompe le scatole?

Sì, lo dichiaro. Quando fai la gavetta e metti becco in ogni passaggio del lavoro poi t’incazzi se gli al­tri ‘tirano via’ e “se sentono pure li mejio” come si dice qui a Roma. Sapesse che cos’era… testi pietosi, nessuna idea di racconto da cinema, nemmeno il sospetto che la vicenda debba acquistare vita man mano… che debba crescere… che debba ‘montare’… »

…come la majonese, dice?

Esatto, come la majonese, o il film si siede, cari miei, non va avanti… e poi la tristezza che il cinema sia consi­derato cacca dalla Cultura, intellettuali che si vantano di non andare al cinema, Croce che non ne parla per niente, Pa­dre Gemelli che osa dire cazzate «…il Jazz?, il Cinema?, niente più che mode vuo­te, meteore, dieci anni, vent’anni e non se ne parla più ». In TV gli sceneggiati sono ottimi sonniferi, fiumi di parole dove TUTTA LA NARRA­ZIONE È RISOLTA A CHIACCHIERE, no, non lo sopportavo. Dicevo sempre NO.

In effetti, in RAI lei è più celebre per i NO che per i SÌ, ha rifiutato tantissime proposte. Il suo senso critico è leggendario, un pomeriggio con lei… e tanti miti costruiti dalla critica cinematografica crollano.

Bella roba la nostra critica!, ha seminato solo malintesi, equivoci, oscurità, non ha insegnato niente… peggio, ha promosso grandi registi delle nullità… e mi fermo qui o lei pensa… ecco ‘la volpe e l’uva’, non è così?

Non credo sia questione della volpe e dell’uva. Lei, quell’uva non la voleva proprio.

Ma forse non erano solo le mie manie, era anche quel tanto di Martin Lutero associato a Max Weber in salsa torinese che mi inibiva, mi ordinava « Non lo devi fare!, non è da te. »

Lo sa, dalle mie parti il senso di responsabilità, la coscienza e il peccato sono una cassa da morto, ma non ne puoi fare a meno.

E lei da Torino, dopo la bella esperienza milanese di Radiotevere dove arriva alla regia, punta a Roma, agli studi di via Teulada, alla Rai di viale Mazzini, sempre con la cassa da morto.

No, calma, prima della Radio c’è stato il CINEGUF, poi il Reparto Cine dell’ Esercito e dopo la Radio il pionierato TV, 1952 – prenda nota – Milano, quattro gatti col grande Sergio Pu­gliese, con Sabel, C. A. Chiesa, Spiller e pochi altri, dove ho messo su il Cinema per TV, come anche a Roma, c’è da pedalare parecchio sa per far uscire un autore dall’officina del ru­binet­taio, poi te lo porti dietro tutta la vita il senso di inadeguatezza. Non sei uscito dalle acca­demie, non sei stato l’aiuto del tale e del tal altro, non sei amico di… etc etc.

Self made man, in America è un punto di merito.

Anche per questo gli USA mi hanno sempre attirato, con le dovute riserve, si capisce.

Non sarebbe lei se non mettesse riserve su tutto…

Hollywood ha il merito di aver intuito subito cosa fosse RACCONTARE CON IL CINEMA, fin dai giorni di Griffith e Chaplin, mentre l’Europa di allora ha la puzza sotto al naso, come dar retta a quei nuovi barbari?, e poi che sarà mai questa novità di nome Cinema? Insomma si fa fatica ad accettare la lezione, e noi italioti più refrattari degli altri al Nuovo.

Anche per i Cahiers il cinema americano è stato subito LE VRAI CINÉMA, da noi invece…

Già, Provincialismo?, sottosviluppo?… la nostra cultura ‘alta’ vede solo LA PAROLA, Teatro e Lette­ratura Arti Nobili, il Ci­nema… beh, non mi faccia ripetere.

E invece negli USA è un’industria vera e propria, ma ho sentito certe co­se, barbiturici e amfetamine prescritti dal medico delle aziende di Hollywood per sostenere ritmi di lavoro pazzeschi, e poi la mannaia del “chi sbaglia paga”.

Forse lei esagera… è solo… molto Max Weber.

E anche molto negrieri e capitalismo sfrenato. Fortuna che poi c’è stato il Sessantotto.

Ah, il Sessantotto, i figli dei fiori, i finti poveri… abbasso le multinazionali affamatrici, però guardi che senza la Kodak non avremmo mai avuto i colori perfetti dell’Ea­st­mancolor, era il 1952, prenda nota, quelli là avevano un dipartimento ricerche con 5 mila dipendenti mentre la nostra Ferrania non aveva neppure un reparto ricerche.

Dipendenti o schiavi?, mi viene in mente la protagonista di un suo ottimo film per la TV, GIOVANNI DA UNA MADRE ALL’ALTRA.

Sì, con una bravissima Carlotta Wittig e una Giulia Lazzarini disperata madre mancata che era addirittura da Oscar. Ma possibile?, la bellezza di 12 milioni di audience, e nessuno der scinema che si è accorge di lei? È idiozia o no? Una Lazzarini attrice di statura internazionale che poteva essere fiore all’oc­chiello di una cinematografia.

Chiusura, bassa tacca, familismo amorale, ma in quel film la madre vera del bimbo è un tipino che le avrebbe dato del capitalista a sentirla parlare così dei produttori americani.

Un tipino dice… si madre… molto alternativa, molla il figlio e va in giro con una gallina, men­tre i geni­tori e il fratello si tormentano fra broccati e limousine. Una povera sbandata. Un po’ come tutti i giovani di allora che ce l’avevano col Capitale e il Padrone ma si alzavano a mezzo­giorno. Mi hanno sempre dato nausea le approssimazioni.

Perché tanta durezza?

 Sono un maledetto torinese, gliel’ho detto. Meglio il capitalismo che l’imbecillità e la pre­sunzione. Ma s’intende che è solo un fatto reattivo, come direbbe Freud.

Cioè?

Vede, io a undici anni giravo le strade di Torino a raccogliere sterco di cavallo che la fonde­ria voleva per certe fusioni difficili, e nella boita di mio padre ho imparato che cos’è un lavoro di preci­sione, cioè che se i pezzi non combinano va tutto a puttane. Era un lavoro di grande impegno, se ti distraevi eri fottuto, si buttava tutto, era il disastro.

E che c’entra questo con la Kodak e le strategie imprenditoriali di Hollywood, a dir poco spie­tate?

Che almeno quelli sanno cosa significa lavorare. Qui se fai film a low-budget, l’etica del lavoro è un optional, e se permette mi giravano visto che ero il produttore dei miei film.

Non la provoco più, promesso. Torniamo al nostro cinema, ma è vero che i film del dopo­guer­ra, compresi i grandi capolavori, erano girati praticamente muti?, e che in moviola poi, col dop­piaggio ‘se rimediava’, per dirla alla romanesca?, per esempio al volto di un attore veniva affib­biata la voce di un doppiatore, magari quella che di solito si sentiva con Cary Grant o Robert Taylor?, creando seri problemi d’identità al povero attore?, possibile tanta violenza?

Sì, fra le nostre sciagure c’è stata una vera dittatura del doppiaggio, chiamato in quei casi ‘post-sincro­nizzazione’, piovra da sottosviluppo che ce ne ha fatte vedere di tutti colori, abbiamo avu­to perfino un Mastroianni doppiato da Sordi (LADRO LUI LADRA LEI, di Zampa), an­cora nel ’58, ben oltre il dopo­guerra.

E lo spettatore subiva senza protestare?, ma poi non c’era il rischio di sentire sempre le stesse voci? E scusi all’estero, quando premiavano con l’Oscar LADRI DI BICICLETTE o PAI­SA’ sapevano di quei trucchetti?

Lo spettatore subiva, che poteva fare? Gravissimo invece che una critica cieca e sorda, ideo­logizzata fino alla demenza non si sia messa a urlare di sdegno di fronte al suo Sacro Cinema ridotto a imitazione, a Nescafè del Cinema. Mario Soldati: « La nostra critica vuole solo film noiosi o che parlino della lotta di classe, o che siano russi, allora sono capolavori. »

Ma… il problema di andare al cinema e sentire sempre quelle poche voci?

Sì, tremendo, le voci protagoniste sempre quelle, sia per film italiani che stranieri, limitazione assurda, punitiva, il cinema ridot­to a piccolo presepio paesano, pur con grandi zampate che arrivavano dagli USA, dalla Fran­cia, dall’ Inghil­terra.

Quanto agli Oscar chi poteva immaginare la bassa cucina italiota del girare i film?

Cioè etiche del lavoro che non possono ammettere sgarri trucchi scorciatoie.

Vedo cha ha capito… senta questa, pochi anni fa, al Festival di San Francisco dov’ero con un mio film, in una tavolata di gente di cinema si parlava della Cardinale in OTTO E MEZZO di Fellini e io butto là che quello è stato uno dei primi film in cui lei parlava con la sua voce vera. Cadde un silenzio, come si dice. Poi un coro di ‘NOT POSSIBLE!!!’ e domande e commenti. Cioè neanche immaginabile che basti dare la voce della Simoneschi a una strafiga per fare una diva.

Sì, l’italica drittaggine è il top dei top, siamo unici, ha sentito Giulio Brogi?, nel girare GLI ATTI DEGLI APO­STO­­LI diceva solo numeri a caso per muovere la bocca, un attore del suo calibro!, la sceneggiatura non c’era, i dialoghi poi li ha fatti un fior di scrittore, Renzo Rosso, in moviola. Ma lei non voleva fare una scuola di sceneggiatura in RAI?

Già. Altra storia. Gli inizi della TV hanno coinciso con l’affacciarsi nel nostro cinema di grandi sceneggiatori, Zavattini, Amidei, Flaiano, Sonego, Solinas, non sempre utilizzati al loro me­glio. E allora io penso di proporre a Pugliese di mettere su una scuola di sce­­neg­giatori con quei grossi calibri per dare dignità ai romanzi sceneggiati. Ne parlo prima col mio amico/capo Virgilio Sabel (ex Cineguf di Torino) che mi dà del matto. «Pugliese è fiero dei suoi sceneggiatori, se li è inventati lui, crede di fare la miglior TV del mondo, tu vuoi suicidarti». Gilberto Loverso dello staff di Pugliese (scrivevamo per il rotocalco FILM di Mino Doletti) la pensa uguale, « Hai la voca­zione del kamikaze, Toro Seduto è uomo di teatro DOC, credi di poterlo trasformare in uomo di cinema in quei dieci minuti che ti concede? Lascia perdere se ci tieni alla salute. »

Non mi dica che sì è lasciato convincere da quei due, era una grande idea la sua, poteva svegliare la TV e un po’ anche l’Italia.

E invece ho ceduto, purtroppo i miei amici avevano sottovalutato il grande capo e io ho lasciato perdere fra mille ripensamenti, solo molto tempo dopo ho capito l’errore, da come Pugliese ha accolto il mio primo film FILO D’ERBA, mi viene incontro e mi abbraccia « Ecco il nostro Frank Capra » dice chiaro e forte davanti alla sua corte al completo.

Frank Capra? addirittura!!! FILO D’ERBA vinse il Prix Italia, la sua vita sarà cambiata, immagino.

Macché cambiata, durissimo varare un altro lavoro, allora la normalità era la Prosa da Studio con attori da accademia, io ero un marziano per la TV, discussioni infinite con lo staff, io sulle spine (e sulle spese a Roma, abitavo a Milano) sull’idea de LA SVOLTA PERICOLOSA (poi quattro puntate di un’ora, primo sceneggiato filmato della TV, neorealismo milanese, attori ‘presi dalla strada’, scoperta di una Maria Monti, selvaggia ed aspra e forte).

Finita bene però se non sbaglio.

Non sbaglia, Pugliese rivela larghezze di vedute incredibili. Al suggerimento di alcuni del suo staff di doppiare tutto ‘per­ché il parlare è troppo meneghin/realistico’ si oppone: « No cari, questa cosa ha senso solo così com’è, c’è la scoperta di un ambiente, ci sono dialoghi veri, c’è questa… Maria Monti fenomenale, dop­piarlo sarebbe privarlo della vita, verrebbe meno lo spirito di tutta l’operazione. »

Ma poi LA SVOLTA ha avuto gli onori di Cannes.

Ma sì, come nelle favole, Pugliese lo manda a Cannes (1960, l’anno de LA DOLCE VITA) e vinciamo un premio, ecco là la foto, sono con Shelley Winters giovane e bella che mi scorta come ‘valletta’ a ricevere il premio dal ministro Malraux. Le quattro puntate della SVOLTA poi tagliano l’Italia in due come la lama di un rasoio, peggio dello scontro fascismo – comunismo. Il Servizio Opinioni dirà che le quattro puntate sono state Bellissime Vere Nuove Originali per il 56 % del pubblico, mentre per il rimanente 44 % sono state Una Cosa Orrenda. Meditare gente, meditare. Mi alzo, è evidente che il lupo solitario-e-torinese (sinonimi, a quanto pare, almeno con lui) vuole chiuderla qui.

Mi accompagna, nel corridoio mi fermo davanti a una fascinosa macchina da presa sul suo fiero cavalletto, gliela indico: « Mi darebbe qualche’ ‘dritta’ su come si gira, Maestro?, uno di questi pomeriggi, col sole… » Posa a mano sulla macchina da presa. « Ma no!!!… sarebbe riesumare cadaveri, questa è l’Arriflex 35… e siamo in piena Era ADIEUX 35. » Mi apre la porta, butto un’ultimo sguardo alla parete, anche questa piena di grandi foto, dove spicca una brunetta sexy con occhialoni da sole. « Quella lì con gli occhiali, dico, e con l’utero in fronte mi sa che è stato un grande amore… »

« Toh, è’ una battuta del mio ultimo film 1), la dice un’altra sbandatella… ma senza gallina”.

 

___________________

 

1) Il film DI QUELL’AMOR di Gianni Bongioanni, 105’ (2015), è visibile in rete, sottot. francesi, cliccare:

https://vimeo.com/140763947

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20 Replies to “Cinema? O Nescafé del Cinema?”

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