Francesca Liberatore stilista delle “Metamorfosi”

Prendete le Metamorfosi di Ovidio (possibilmente nella traduzione affabile e giocosa di Vittorio Sermonti), scorrete i versi privilegiando i miti che riguardano i giovani, tralasciate le storie di ragazzetti che fanno i “bulli” e di ragazze impertinenti che credono di essere più belle o più brave delle dee, anche quelle dove Giunone annienta le rivali: vi restano tante e tante storie d’amore vissuto o mancato, rifiutato per paura, anelato fino allo spasimo. Ora lasciate che le figure si compenetrino: Dafne, Alcione, Euridice, Andromeda, Narciso, Fetonte, Adone… non percepite un’adolescenza tenera, dal confine incerto (non necessario) tra mascolino e femminino, tra mente e corpo, tra corpo e albero e ogni altra forma della natura? Ogni ragazza, ogni ragazzo, sul punto estremo della propria esistenza, quando la sensibilità è così intensa e il dolore di essere o non essere è intollerabile, oltrepassa i limiti del proprio “sé”, si libera. Avverto tutto questo davanti alle creazioni di Francesca Liberatore, una giovane stilista figlia d’arte (il padre è lo scultore Bruno Liberatore), apprezzata a New York come a Milano, che promette un brillante futuro al made in Italy. Sento la leggerezza delle membra – quasi ali – nelle modelle e nei modelli che sfilano in un filmato (è stato proiettato il 3 dicembre dello scorso anno nell’atelier romano della stilista e del suo papà). Stoffe leggere, preziose, piene di vento, istoriate con forme che generano altre forme, interpretano la femminilità come qualcosa che trascorre negli elementi più diversi dell’essere. Anche le linee sobrie, leggere, aeree della versione maschile, l’accenno a una decorazione proteiforme delle camicie evocano l’incanto d’un fluttuante Narciso. Nell’atelier spazioso e accogliente sono esposte sculture di Bruno Liberatore da cui pendono gli abiti di Francesca Liberatore, ed è davvero intrigante notare il contrasto (Vasari direbbe la “sprezzatura”) tra le creazioni spigolose, cuneiformi dello scultore, evocatrici di un paesaggio aspro e forte (quello abruzzese?) sublimato in astrazione, e il concetto di umanità come mutamento (metamorfosi) nell’ideale artistico della figlia, tra mito classico e, forse, anche suggestioni dall’estremo oriente.

 

Pia Di Marco

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