La vite è nata prima di tutto

La vite, chi non la conosce? Non quella che ci dà uva e vino, ma quella che usiamo ogni giorno per tenere insieme molti degli oggetti che abbiamo costruito. E’ la stessa vite che permette allo sterzo dell’automobile di girare, ma in quel caso si chiama “senza fine” e qualcuno poco pratico di motori la chiama addirittura “vite eterna”. La ritroviamo anche nelle scale a chiocciola, nei cavatappi e in tanti oggetti che abbiamo fabbricato, però l’hanno usata altri ben prima di noi, per esempio le piante rampicanti che tendono le loro braccia verdi verso il sostegno più vicino. Perfino il ragno tesse la tela seguendo uno schema a spirale. In mare la Spirographis spallanzanii volge verso l’alto le sue volute colorate e bellissime di anellide a forma di fiore; lo Spirobranchus giganteus dei Caraibi, detto “verme albero di Natale”, ondeggia nell acqua e sembra una morbida sciarpa dagli orli piumati e avidi di cibo (le piumette in realtà sono tentacoli), e nessuna delle sue spire sfiora mai l’altra perché è su livelli diversi. Un piano inclinato avvolto su se stesso, insomma una morbida vite. Forse, lontanissimo nel tempo, la prima stella nacque così; un refolo di vento cosmico, una svirgolata di minutissima polvere incominciò a modellare una ruota. Intorno quel che sostava indeciso nel nulla prese a girare, e dal vortice nacque il calore che impastò gli astri. Dall’acido desossiribonucleico (il DNA, cosiddetto codice della vita), dagli elettroni, dai microscopici esseri unicellulari del plancton fino alle trombe d’aria, ai tornado, ai gorghi marini, alle galassie e forse agli universi, la spirale sembra essere l’idea vincente, quella che il Creatore ha prescelto. Un popolo primitivo del Mali, il popolo dei Dogon, di cui solo nel secolo scorso abbiamo scoperto le inspiegabili e profondissime conoscenze astronomiche, si tramanda una curiosa credenza: il principio sul quale si basa l’universo è la vibrazione della materia “lungo sentieri in forma di spirale”. L’uomo, chissà come e chissà quando, ha incominciato a copiare questa forma. Forse furono i riccioli di un bambino a suggerirgli per la prima volta l’idea di una molla, o forse fu il germoglio di una delle più antiche piante, la felce. Non lo sapremo mai, possiamo soltanto fare congetture, e una vale l’altra. Ma c’è una scoperta recente che ci ha lasciati esterrefatti, perché non ce l’aspettavamo davvero: la mosca killer, che si nutre di carne vivente, per fare in modo che le sue larve si infilino dentro le sue vittime, le mette al mondo in forma di cavatappi. Ricordate chi è la mosca killer? L’hanno chiamata il flagello del bestiame (il suo nome scientifico è Cochliomyia hominivorax, perché attacca anche gli esseri umani), e fino a un secolo fa viveva nel continente americano, dando un gran da fare ai cow boy che dovevano controllare continuamente le mandrie. Poi, non sappiamo se con una nave o con un aereo, ma certo addosso a un animale, è arrivata in Libia e ha minacciato anche noi che però siamo riusciti a fermarla. Che i suoi geni, lungo la via dell’evoluzione, abbiano scelto di darle figli a cavatappi non è poi così strano. Ma per noi, incalliti ladri di brevetti, è irritante scoprire che qualcuno li ha rubati prima: forse a una pianta, alle corna di un’antilope, o a chissà che cosa. Mirella Delfini

 

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