Volare: ma gli uccelli non fanno chiasso e non inquinano

Secondo la leggenda somigliavano ad ali d’aquila quelle che Dedalo – in greco il suo nome significa Artefice e personifica l’inventività umana – fabbricò con la cera per sé e per il figlio Icaro quando decise di fuggire dal Labirinto di re Minosse. Il sogno di tutti gli umani, salire nel cielo come gli uccelli, per la prima volta si avverava, ma a caro prezzo. Perché Icaro, che non aveva voluto ascoltare i consigli del padre il quale si era raccomandato di tenersi basso, andò incautamente verso il sole e il calore sciolse la cera facendolo precipitare in mare. Dedalo, che si era salvato, depose le proprie ali nel tempio di Apollo e non volò mai più. Da allora nessun altro ha tentato fino al 1487, quando Leonardo da Vinci, studiando e ristudiando il volo degli uccelli, riuscì a capire il principio di azione-reazione, ossia la possibilità che ha l’aria di sostenere un oggetto che possieda una determinata forma e una certa velocità di movimento. Dai suoi disegni si capisce che sul problema di “vincere il peso” ne sapeva quasi quanto noi. Però gli mancava il motore e non ha volato. Nel 1882 un altro Icaro moderno volle riprovare a imitare gli uccelli, ma ci lasciò le penne: era il coraggioso tedesco Otto Lilienthal che precipitò da una rupe mentre cercava di librarsi battendo freneticamente con le braccia due grandi ali fìnte. Poi qualcuno riuscì a costruire nuovi modelli e fece qualche breve assaggio di volo, ma ci vollero due giovani meccanici americani, i fratelli Wright, perché una macchina riuscisse a sollevarsi davvero, sia pure per poco. Erano i primi del 1900. In meno di un secolo, costruito il motore, gli uomini sono diventati molto bravi, e non parliamo delle mete raggiunte con gli apparecchi aerospaziali. Però, diciamolo pure, ancora oggi un’aquila, una poiana e perfino un colibrì volano meglio di noi (senza contare certi insetti). Al posto dell’ala battente, propulsiva e portante che hanno i pennuti, noi umani abbiamo ripiegato su quella fìssa affidando la propulsione all’elica – mossa dal motore – che si avvita nell’aria e fa avanzare il velivolo. Col tempo, l’ala fissa ha acquisito una serie di elementi mobili: gli alettoni, i freni aerodinamici, le alette sul bordo d’attacco e su quello d’uscita. Non possiamo certo competere con la plasmabilità di un’ala vivente, ma facciamo il possibile. Gli ingegneri aeronautici hanno perfino messo a punto ali a geometria variabile, raccolte nel volo veloce, aperte nel volo planato. Dagli uccelli, lungo la storia di questa invenzione, abbiamo copiato anche il principio dei timoni di direzione e di profondità delle code. Però ci sono uccelli, per esempio le anatre, che non hanno code degne di questo nome, e che la Natura – o l’Evoluzione – ha compensato con un grande becco. Basta che ne varino l’inclinazione per salire e scendere come vogliono. Copiandoli, i velivoli Piaggio E 180 e il Beechraft Starship non avevano già più coda, ma ali supplementari sul muso, così li hanno chiamati proprio canard, nome francese dell’anatra. Ecco poi l’elica e il motore, che diventano elementi uniti nel volo a reazione, in cui una sola corrente fluida fornisce spinta e potenza, ma non eravamo ancora soddisfatti, così abbiamo applicato agli aerei la tecnologia del “controllo attivo”, ossia abbiamo realizzato un cervello-computer che facesse volare la macchina quasi come un essere pensante. Ora siamo arrivati ai droni. Pochi lo sanno, ma il primo tentativo di far partire un velivolo senza pilota è del 1849, quando gli Austriaci attaccarono Venezia con palloni carichi di esplosivo: alcuni vennero lanciati dalla nave Vulcano. Qualche pallone funzionò, altri a causa del vento tornarono indietro e colpirono proprio le linee austriache. Poi alcuni velivoli senza pilota comparvero durante la prima guerra mondiale, come ”Aerial Target” nel 1916, che veniva controllato via radio. Erano grandi, e si fabbricavano solo per usarli in guerra (in realtà gli esseri umani non pensano ad altro). Poi si utilizzarono anche per sorvegliare le coltivazioni, per le riprese cinematografiche, per ricerche e salvataggi, per il controllo di linee elettriche e condutture petrolifere, per monitorare la fauna selvatica. Passarono altri anni e in America, nel 2007, qualcuno ebbe l’idea di costruire droni-insetto. Da principio lo fecero di nascosto, ma il laboratorio GRASP dell’università della Pennsylvania poi è partito con i “micro air vehicles” (MAVs) – e ha incominciato a studiare gli insetti. “Imparando dalla natura potremo sviluppare un nuovo tipo di veicoli di sorveglianza aerodinamici dall’apparenza totalmente innocua” dice lo zoologo Richard Bomphrey, dell’Università di Oxford. L’apparenza, eh? “Un insetto-drone, controllabile a grande distanza e dotato di telecamera, microfono e siringa è in grado di prelevare DNA”, e di iniettare quel che vuole. Il dolore è solo quello di una puntura di zanzara. I servizi segreti potrebbero utilizzarlo come spia – inserendo telecamera e microfono – ma anche come silenzioso e insospettabile “sicario”. Basta che inietti nella vittima uno di quei potenti veleni capaci di provocare arresti cardiaci … sembrerà un decesso naturale. La zanzara drone può penetrare in una villa sorvegliatissima, eludendo guardiani e sistemi di allarme, passando accanto agli addetti alla sorveglianza, infilandosi in una finestra, o una fessura, e poi parcheggiare sopra un armadio fino a quando la vittima non va a dormire. Allora potrebbe pungerla e andarsene senza lasciare tracce e destare sospetti.” Per ora sappiamo che Inghilterra, Francia, Olanda e Israele si stanno assicurando i loro nano-droni e che i ricercatori dell’Università di Madrid hanno copiato un pipistrello. Forse, di nascosto, tutti fabbricano droni, anche noi italiani. Copiamo un insetto per delinquere e ne siamo orgogliosi: non abbiamo ancora capito che la vita deve essere solo “AMORE” se vogliamo essere tutti felici? Mirella Delfini

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