Brevetti rubati alla natura. Le vespe cartonaie

LE VESPE CARTONAIE

Quando vi capita di incontrare una vespa piuttosto grande, con la solita livrea nera a righe gialle e un vitino proprio “da vespa”, provate a seguirla con discrezione (se non la spaventate con gesti agitati non vi punge) per scoprire dove abita, dove alleva i suoi piccoli. Avrà sicuramente un nido composto da una cinquantina di cellette esagonali, che somiglia un po’ a un fiore secco. Dovreste trovarlo in un luogo riparato, come il sottotetto di una casa di campagna, o magari un vecchio lume in disuso sotto il portico. Se il clima è caldo può avere appeso il nido a un ramo, con un peduncolo simile a un pezzo di spago, e l’ha orientato all’ingiù perché quando piove non si ricolmi d’acqua. A questo punto non ci sono dubbi, la vespa è proprio una Poliste, onoratela e riveritela: vi trovate di fronte al genio che ha inventato la carta. Tutti sanno che i Cinesi hanno cominciato a fabbricarla nel II secolo d.C. e che gli Europei, grazie all’intraprendenza degli Arabi, l’hanno conosciuta intorno all’anno Mille, ma le Polistine sono maestre in quest’arte da migliaia di secoli, quindi il brevetto gli appartiene. Nella storia della tecnica – gli ingenui ma onesti libri dell’Ottocento lo ammettevano – si dice chiaramente che la scoperta della pasta da cartai risale all’osservazione di alcune vespe. Il naturalista francese René Antoine de Réaumur (famoso per ha dato il suo nome alla scala dei gradi nei termometri e altri importanti studi) scriveva nel 1719: «… Le vespe sembrano sfidarci: fabbricano dell’ottima carta usando il legno invece degli stracci di lino, di cotone e di canapa come facciamo noi». Infatti, pur avendo soffiato l’idea a questi insetti straordinari, fino al secolo scorso noi non eravamo riusciti a prendere la cellulosa direttamente dal legno. Se è abbastanza facile trovare un nido di Poliste, è raro scoprirne uno di Vespa detta media, capace di fabbricare con più “fogli” una specie di aerostato a forma di fiasco rovesciato, nel quale sono chiuse le celle. «La persona che mi ha regalato questa meraviglia», racconta un famosissimo naturalista francese, Jean-Henri Fabre, «l’aveva trovata appesa all’orlo inferiore di un’imposta di finestra che per la maggior parte dell’anno dimenticavano di chiudere». “Questo contenitore è costruito – racconta ancora Fabre – con una carta che la Vespa media prepara, soffice e tenace più di quelle di seta che vengono dalla Cina e dal Giappone… Non se ne fanno di più graziosi nel Paese delle Fate». Qual è la tecnica delle vespe? Prima di tutto ci vogliono gli attrezzi adatti – lei li ha tutti, incorporati fin dalla nascita – poi l’abilità e la pazienza. Con le mandibole strappano minuscole schegge dal legno e le masticano mescolandole con la saliva, che in parte è costituita da un albuminoide simile alla chitina, ossia alla sostanza di cui sono rivestiti molti insetti e molti crostacei. Una volta ottenuto un impasto fine lo sputano, e con la cazzuola che la Natura gli ha fornito, modellano le cellette, che sono perfettamente geometriche. Ogni tramezzo dell’esagono serve anche alla stanza attigua, e si risparmia materiale. Chissà, forse la vespa pensa che la vita è carta: e più ce n’è, più figli c’entrano. Mirella Delfini

 

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