Gli scooter viventi del deserto

A nessuno, o quasi, poteva venire in mente di studiare il naso di un cammello per fabbricare condizionatori d’aria da mettere nelle automobili. Fino a parecchi decenni fa se una macchina era piccola, non poteva avere un impianto di climatizzazione. E d’altra parte la mancanza di spazio per le soste aveva costretto la maggior parte degli automobilisti a scegliere le utilitarie più maneggevoli, nelle quali però si finiva per fare ogni estate la sauna. I raggi del sole arroventano la carrozzeria di metallo e non si respira più. Il calore ristagna anche quando il sole gira l’angolo. Gli esperti del Centro Ricerche Strutture Naturali (Milano, Istituto Europeo del Design) non s’erano dati per vinti, e nel secolo scorso avevano progettato un sistema copiando gli “scooter viventi” del deserto, ossia cammelli e dromedari. Il segreto infatti si trova nel loro naso, dove una serie di condotti fa scorrere l’aria secca e rovente attraverso anse e meandri in cui l’umidità della traspirazione viene rigenerata e riutilizzata. Dal momento che un’automobile, per rinfrescarsi, non può fare lo stesso, ecco la trovata: lungo il percorso l’aria si imbatteva in una specie di spugna bagnata, che utilizzava l’acqua di un apposito serbatoio, anche quella piovana, o di rugiada, e perfino le gocce che si formano per condensazione col variare della temperatura giorno/notte. In poche parole: attraverso una serpentina, copiata dalle anse (dette turbinati) che si trovano all’interno del naso dei camelidi, la corrente calda veniva convogliata nella zona umida e l’evaporazione ristabiliva l’equilibrio igroscopico nell’abitacolo della vettura. Così, se vediamo questi mammiferi (gruppo artiodattili) muoversi con indifferenza in quel forno immenso che è il deserto africano, non dobbiamo pensare che siano più pazienti o più forti di noi: hanno un naso più attrezzato, ecco tutto. Certo, oggi noi abbiamo fatto grandi progressi, abbiamo condizionatori più pratici, basati su un semplice liquido refrigerante che evaporando fa circolare aria fredda. E poi bisogna dire, osservando la Natura, che non sono soltanto i grandi animali ad avere trovato il modo di battersi contro il caldo. Anche piccoli esseri come le api non si inventano diversi marchingegni dimostrando che il cervello – o quel che è – davvero gli funziona. Per le api la temperatura ottimale è intorno ai 33/35 gradi, e sia la regina sia la prole soffrono quando capita di superare questo limite (anche se possono sopravvivere perfino a 40/42 gradi). Allora le operaie si mettono in fila, col didietro rivolto verso l’ingresso dell’alveare, e battono le ali trasformandosi in minuscoli, ma instancabili ventilatori, che noi abbiamo subito imitato. Altre invece rinfrescano l’ambiente spalmando acqua sulle cellette. Sembrerà incredibile, ma è del tutto vero: le operaie del servizio interno comunicano alle raccoglitrici di polline (con il loro linguaggio danzato): «andate a prendere l’acqua». E quelle filano a succhiare rugiada, o quel che trovano, poi quando sono a casa la sputano. Bagnano con cura tutto l’alveare, proprio come fanno certi negozianti d’Oriente che gettano secchiate d’acqua davanti all’ingresso della bottega, in modo che la temperatura scenda di qualche grado, quel tanto che basta per sopravvivere. E ormai, visto che il clima diventa sempre più ostile, sarà bene non consumare tanta elettricità (che oramai scarseggia) usando sempre i condizionatori. Basterà andare a scuola da qualche altro furbo animale che sicuramente conosce da millenni “nuove” soluzioni. Mirella Delfini

 

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