La pelle dello squalo

La carta vetrata che tutti conosciamo è una copia imperfetta dell’originale, ossia della pelle di squalo che un tempo si usava per levigare, ma che era difficile trovare in commercio. Oltretutto era crudele uccidere quei grandi animali – due specie sole su 400 sono pericolose per l’uomo! – che vanno scomparendo come le balene, a causa dei veleni di cui l’uomo incosciente riempie il mare, al punto che nello somaco dei pesci oramai si trova la plastica. Nei tempi passati erano soprattutto i falegnami che cercavano di procurarsi la preziosa carta vetrata e a volte, come raccontano le vecchie storie strappalacrime, i Geppetti poveri avevano un figlio marinaio che alla fine tornava a casa portando in dono al padre un lembo di pelle di pescecane, conquistata a rischio della vita. Oggi invece sui poveri squali innocui si scrivono storie strappalacrime e quasi nessuno li “spella” più. Bisogna ammettere però che – come strumento – quella pelle è straordinaria: se la strofiniamo in un senso, i minutissimi denti di cui è completamente ricoperta lavorano come un grossa raspa, mentre nel senso inverso sanno levigare con una finezza microscopica, mentre i fogli di carta vetrata si logorano rapidamente. Oggi nessun falegname si aspetta più regali di questo genere: esistono macchine piallatrici e molatrici che funzionano bene (i granuli abrasivi sono durissimi e se ne può anche variare l’orientamento), ma non c’è dubbio, le abitudini sono cambiate, infatti col tempo i giovani sono diventati animalisti e ambientalisti. E se uno squalo non li minaccia davvero (cosa rara perché le sue prede favorite non sono certo gli umani) preferiscono lasciarlo vivere con la sua pelle attaccata al corpo. Però bisogna ammettere che funzionava a meraviglia. Il pescatore di squali – capitano William E. Young, un tempo famoso – raccontava che per ripulire l’esterno di un’imbarcazione bastava tenerla per qualche ora in un recinto, una specie di piscina dov’erano raccolti gli squali catturati. Muschi, alghe, vernice e balani (i balani sono piccoli crostacei che fissano il loro guscio sugli scogli, sulle carene delle navi e perfino sulle conchiglie e sulle balene) venivano grattati via completamente «fino a mettere e nudo il legno originale», assicurava Young. Ci sono anche altri usi, e uno era proprio buffo: fino a uno, due secoli fa la pelle di squalo si adoperava per fabbricare qualche raro – quindi costoso – borsellino antifurto. Era fatto in modo che i denti fossero rivolti verso l’alto, così scivolava facilmente nelle tasche, ma poi si faceva una gran fatica a tirarlo fuori: bisognava mettere le dita sui lati e impedire il contatto dei dentelli con la stoffa. Alla fíne, per non complicarsi troppo l’esistenza, si tirava fuori di rado, quindi si spendeva meno. In passato, quando si usavano ancora le sciabole, la pelle di squalo era molto ricercata per ricoprirne le impugnature, in modo che il proprietario non perdesse la presa anche se per disgrazia “la mano era insanguinata”. Durante la prima guerra mondiale la Germania ne aveva fatto incetta, e alla fine gliene erano avanzate tante che sarebbero bastate per ricoprire l’elsa di 30 mila sciabole. Chissà quanti poveri squali ci avevano lasciato la pelle. Mirella Delfini

 

Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *