Un farmaco dimenticato

Un po’ di anni fa il professor Mario Pavan, direttore dell’Istituto di entomologia di Pavia, aveva scoperto una sostanza chimica nuova, prodotta dall’Iridomyrmex humilis, l’insopportabile formica detta argentina, che invade spesso le case. Era il primo antibiotico e insetticida di origine animale che si conoscesse e l’aveva chiamato “iridomirmecina”. Quella sostanza non aveva nulla a che vedere con l’acido formico che l’iridomymex – a differenza di molte altre formiche – non possiede. L’estratto era efficacissimo contro molte specie di microbi: quelli del tifo, paratifo, colera, carbonchio, e perfino contro il bacillo della tubercolosi. Soprattutto era un ottimo insetticida che serviva a quelle formiche per difendersi da eventuali invasori, e non faceva danni agli animali a sangue caldo come noi. La struttura completa dell’iridomirmecina fu pubblicata nel 1955 e in pochi anni centinaia di specie di invertebrati cominciarono a essere studiati sia in Italia che all’estero. Perché usiamo i verbi al passato? Perché sorsero tanti ostacoli, soprattutto burocratici, e intanto si scoprì che non era proprio lei, la formica, a produrre l’iridomirmicina, ma un essere ancora più piccolo: un batterio simbionte nascosto dentro di lei. Ora, con le infinite sostanze chimiche che imperversano nei prati e nei campi, è quasi scomparso e forse la formica ne sente la mancanza perché difendeva anche lei. Interessante anche la secrezione della formica Dendrolasium fuliginosus, che nelle cavità degli alberi costruisce grandi nidi con tante piccole stanze. Le pareti interne sono sempre dipinte di un marrone opaco, simile al mordente con cui si colora il legno. Ma le formiche Dendrolasium non danno la “vernice” per abbellire le case: la sostanza, che viene spalmata dalle operaie, serve per disinfettare. Là dentro i nidi, grazie a questo espediente, non si formano mai le muffe e nessun seme, o spora, può germogliare (col rischio di sfondare l’edificio), a meno che le formiche, bravissime alchimiste, non lo vogliano per qualche ragione loro. A questo punto sarà bene soffermarci un po’ sulla medicina degli animali. Sapete che gli antibiotici non sono stati inventati veramente da Fritz Schaudinn e Erich Hoffmann, considerati gli scopritori, ma dagli antichi Egizi che mettevano sulle ferite il pane ammuffito? Pare che l’avessero visto fare dalle scimmie, non con il pane, ma con un frutto muffito. Perfino i bruchi prendono le medicine. Succede quando sono infestati da larve di vespe e mosche. «Si tratta della prima dimostrazione delle capacità automedicative di un insetto» sottolineava Michael Singer, dell’ Università dell’ Arizona: «quando sono infestati dai parassiti intestinali i bruchi Grammia incorrupta se ne liberano aumentando il consumo delle foglie del senecio e di altre piante che contenengono potenti alcaloidi del gruppo della pirrolizidina”. Anche in piccole quantità gli alcaloidi rendono sgradevole ai predatori il sapore del bruco. Una bella difesa». Quel che probabilmente succede secondo gli entomologi americani è uno «lavoro di squadra» nell’organismo del bruco: il sistema immunitario riconosce gli invasori e agisce sul sistema nervoso centrale così da far venire voglia di mangiare quegli alcaloidi. Solo un numero limitato di animali ha la capacità di automedicarsi: in genere lo fanno i primati, che imparano il “trucco”e poi lo insegnano. Gli scimpanzé per esempio consumano argilla e le foglie di Trichilia rubescens, che cresce in Africa, per combattere la malaria. Analisi di laboratorio hanno dimostrato che l’effetto antimalarico si ottiene solo quando la pianta viene mangiata con l’argilla che contiene caolinite, nota per le sue proprietà curative nei confronti di disturbi intestinali. Gli orangutan si strofinano invece sul pelo la commelina, una rara erba che cresce nella foreste del Borneo e che ha proprietà antibatteriche e anti infiammatorie. «La probabilità che gli animali abbiano qualcosa da insegnarci sull’utilizzo medicinale delle piante è piuttosto alta – dice Michael Huffman dell’ Università di Kyoto – ed è probabile che l’origine della medicina basata sulle erbe curative nasca tra gli animali. Fin dalla preistoria l’uomo li ha osservati imparando molte cose da loro».    Questa scienza, chiamata ha un nome proprio difficile, si chiama zoofarmacognosia. Per i seguaci è importante tutelare gli ambienti in cui vivono le piante medicinali e gli animali che le utilizzano. In questo modo è possibile conoscere nuove molecole da sfruttare per l’industria farmaceutica e capire come gli animali si curano senza provocare meccanismi di resistenza alle sostanze che usano. Anche noi, però, stiamo insegnando qualcosa agli animali, ma com’è tipico degli umani, qualcosa di sbagliato: pare che le scimmie, osservandoci, abbiano imparato a fumare. Mirella Delfini

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