Perché? – capitolo 2

-Mettigli la mano nel culo.

-Ma è morto.

-E che fa?

-E’ morto.

-Se era vivo ci pensava lui… allora? Ha il diamante più grosso, è roba di tutti, da solo non lo concludeva l’affare, non aveva più neanche una pentola da barattare con quelli.

-Sentite, andiamocene, lasciamolo qua, è troppo pericoloso, se arrivano i crucchi con la proboscide a doppia canna ci ritroviamo un colpo in fronte prima di dirgli “ciao stronzo” e tutto per aprire il culo a questo disgraziato, neanche fosse il caveau di una banca.

-Chiudi la bocca, piccolo.

-Ve lo siete trascinato in processione come un capo di villaggio, trenta maledetti chilometri di foresta, le gambe sul collo o quel che resta – perché non resta granché, dopo che ha giocato a campana sul campo minato.

-Chi ha giocato a campana, stronzetto? Ma non potevi saltare tu sopra la mina?

-Fratelli, sono Adam, il vostro piccolo angelo, ok? Fate presto, se proprio dovete, abbiamo lasciato una scia di sangue grossa come un’autostrada, segnaletica rossa, roba forte.

-Cercalo tu il diamante, angelo, le mani di un ragazzino s’infilano meglio.

-Lascialo stare, rotto in culo, fallo tu, stai sicuro che il morto non si lamenta perché hai le mani grosse.

-Non c’è.

-Come non c’è? Merda.

-Neppure quella. Forse l’esplosione gli ha cambiato un po’ i connotati… l’intestino si sarà spostato…

-Nella scatola cranica? Addio roba, allora, questo nel cervello non aveva mai niente.

-Piantatela con le stronzate, serve un coltello.

-Per farci che?

-Giuro che t’ammazzo, Adam, chiudi quella bocca. Qualcuno di voi, stronzi, si degna di darmi un coltello? Bisogna aprirlo, da qualche parte il diamante deve stare, ecco, l’ho aperto dal collo in giù fino alla vescica, ora uno di voi signori infili la mano, tu, sì, benissimo congratulazioni stronzo, se trovi la piscia ti disinfetti, magari riempi la borraccia dell’angelo qui presente: al confine se ne deve stare nascosto un bel po’ – i crucchi arrestano solo i ragazzini, se li mangiano. Ecco, bravo socio, ripulisci le budella dalla merda sennò non vedi, ma quanto sangue ha, ancora, questo qui, coraggio socio, hai il talento di un chirurgo, ehi, Adam, vuoi fare il chirurgo da grande? Magari te ne vai in Europa a studiare, o negli USA, “il grande medico di fama mondiale, da Bakua Lukusa a Huston, come sbudella lui, nessuno”, “la mia scuola è stata la vita”, dirai, e altre stronzate del genere e ti ricorderai della tua prima lezione di anatomia, il cadavere di un congolese saltato su una mina-antiuomo con un diamante grosso come quello del tesoro della corona d’Inghilterra ficcato nel culo, ehhh… ma se non lo troviamo il diamante come ci vai a Huston? Questa è la tua borsa di studio, ragazzo, in Africa le borse di studio si danno così… ahhhhh ahhhhh…

Era il capo, fratelli, un ex militare dell’esercito del Congo, un disertore, che faceva commercio di diamanti, come me, ma io lavoravo in proprio. Ero entrato in Angola con loro, chi fa questo mestiere deve per forza trovarsi una scorta (a pagamento, s’intende) per entrare e uscire: sono trenta, cinquanta chilometri di confine – che se non lo conosci bene puoi trovare mine a volontà e saltare in aria come un angelo del paradiso. Insomma, tutti a ridere dietro a quel gangster: le facce selvagge, feroci da gorilla che non mangiano da un mese, ma avevano paura, accidenti se ce l’avevano. E non era vero che i crucchi cercavano solo i ragazzi come me. Soldati congolesi e angolani, di qua e di là dal confine, sparavano a tutti senza sapere come riconoscerli, il dialetto era lo stesso. Chi spiccicava portoghese era sicuro che fosse angolano, ma poi non era detto che portasse a casa la pelle: gli angolani erano in guerra civile dal ’75 (da vent’anni, più o meno) e ce l’avevano a morte con Roberto e i suoi, che erano scappati in Congo per salvarsi – e nessuno sapeva, quando ti trovavi un muso nero alla frontiera, se era un angolano robertiano, che dal Congo cercava di ritornare a casa (forse una spia) o un congolese. E poi, anche se fosse stato un congolese: che ci veniva a fare in Angola? A barattare cibo e vestiti in cambio di diamanti? Menando per il naso quei deficienti dei villaggi di Lunda Norte, che non avevano niente e avevano bisogno di tutto, dalle padelle alla manioca alle coperte? Ai soldati angolani mica garbava. Beh, le cose stavano proprio così, fratelli, un congolese andava da quei pazzi in Angola a proprio rischio e pericolo: le mine antiuomo erano sparse per tutta la foresta al confine, i militari avevano la mappa, ma spesso si sbagliavano anche loro, i coglioni, e saltavano in aria con tutta la jeep. Sì, fratelli, vi dico che un congolese faceva tutto questo esattamente per comprare diamanti in quei villaggi miserabili, divorati dalla guerra civile, tra il Movimento Popolare di Liberazione manovrato dall’URSS e l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale, che aveva dietro prima la Cina e poi gli USA. Le jene aspettano sempre i cadaveri per scendere a mangiare. Senza contare il Fronte di Liberazione Nazionale di Holden Roberto, che se ne stava in Congo. Beh, almeno noi del Congo, anzi, dovrei dire dello Zaire, allora si chiamava così, non eravamo jene. Ci organizzavamo in gruppi, quasi tutti fra i venti e i trent’anni, ma c’era pure qualche ragazzino su diciassette (li chiamavano ‘ragazzi suicidi’). Ci caricavamo di roba e partivamo con una guida kwokue congolese fino ai villaggi, ci appostavamo – chi di qua, chi di là, a distanza di sicurezza, e aspettavamo. Quanto? L’affare poteva durare settimane, mesi. Ci voleva la pazienza del cacciatore o del pescatore. Anzi, per essere sinceri, noi non eravamo cacciatori, eravamo esche, pezzetti succulenti di benessere: le donne s’avvicinavano piano piano, timidamente, poi sempre più decise e spigliate: guardavano, toccavano, e lì cominciava la lunga, estenuante trattativa. Pagavano con i diamanti, ne avevano tanti. Quando gli avevano offerto un diamante enorme (era proprio in un posto a Lunda Norte), quel disgraziato che avrebbe fatto boom sulla mina, aveva mandato a chiedere ai compagni un po’ di roba da barattare perché era rimasto a secco. E loro… perché no? era business, avrebbero venduto la pietra e diviso il guadagno. E adesso ai soci gli tocca cercare nelle budella di un cadavere: il diamante è nel colon – però ben impacchettato dentro il preservativo: e poco più giù c’è un altro preservativo con un po’ di diamanti piccoli. “Questi sono suoi – dice il capo – dobbiamo darli alla famiglia insieme alla parte che gli spetta del diamante più grosso.

-E che gli dici alla famiglia? Che l’abbiamo squartato?

-Non ci sono saltato io sulla mina.

Già. Il capo lava i preservativi, un po’ di merda resta sempre, poi li taglia, il morto aveva fatto le cose per bene, i diamanti sono asciutti, ben protetti da carta e plastica. Divine pietre di luce: hanno varcato i luridi sentieri puzzolenti nella pancia di un uomo qualunque senza scivolare indegnamente nell’ano: invece noi, i nostri dovremo cagarli, non c’è rimedio. Ma, con tutto il rispetto per le pietre di luce, meglio così.

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