Perché? – capitolo 3

Le budella di quel tizio stavano all’aria aperta e tanti occhi di bestie affamate – bacche lucenti tra il fogliame – aspettavano la notte. Il   fiume Mayanda portava via pezzi di merda, di sangue e di paura. Mani di neri pulite, che si fa? I pullman per Tshikapa partivano da là, e là ero diretto anch’io con i miei bei diamanti custoditi nel mio scrigno segreto (quando i missionari ci dicevano le evangeliche parole: il corpo è come un tempio… mai più vero di così, col corpo potevi farci tutto, cassaforte, valigia e portavalori). Inguattare nel “tempio” le pietre di luce richiede una preparazione accurata: i diamanti si avvolgono in un foglio di carta bianca (in mancanza d’altro, va bene la stagnola delle sigarette), poi nella plastica, qualche fiammata con l’accendino per ottenere una pellicola omogenea e impermeabile e il tutto s’infila in un preservativo legato, rovesciato nella parte che avanza come un calzino troppo lungo: a questo punto, basta spingerlo come una grossa supposta, operazione facilitata dalla lubrificazione del condom, e restare digiuni fino all’arrivo a Tshikapa o a Kinshasa, dove i libanesi aspettano per concludere gli affari.

§§

 

– Come si fa a trovare la moglie?

– La moglie di chi?

– Del morto, la conosci?

– Non c’è bisogno di cercarla.

– No?

– Quelle come lei ronzano attorno ai contoires dei libanesi come mosche, in attesa dei mariti. Ehi, tu, angelo custode, dico a te, Adam, vieni con noi, sei testimone che i diamanti del morto li abbiamo tirati fuori e che in tasca non ce n’è venuto niente.

– Che c’entro io con i vostri affari?

– Eh no, qua non si fa niente per niente, t’abbiamo parato il culo lungo il confine, andata e ritorno, questo favore ce lo devi.

– Culo parato a pagamento.

– Piccolo supplemento. Quella strega potrebbe accusarci di aver rubato, sai come vanno le cose, fai del bene e nessuno ci crede. Le donne, poi, non credono mai. Tu sei un ragazzino, non fai parte del gruppo, a te crederà e ci mettiamo lontano dai guai. Magari non dici che l’abbiamo “operato”, dici che i diamanti li aveva cagati giusto prima di saltare in aria, anzi, aveva cagato in un campo minato.

– Bravo fesso, e chi li avrebbe visti i diamanti se avesse cagato sulla mina?

– Finitela con le stronzate. Allora, Adam, ci fai da testimone? Non c’è bisogno che entri in particolari.

 

§§

 

Il pullman correva alzando polvere, terra arsa, gialla, fine come cipria; ogni tanto compariva il muso di un piccolo nero in mezzo a tutta quella polvere, un angioletto tra le nuvole.

– Ehi, dico, siamo in Paradiso? – chiedo agli sciroccati che mi portano in ostaggio.

– Ma quale Paradiso, s’è mai visto un angelo nero? E con la vanga più grande di lui? Questi vanno in miniera, coltan, oro, roba così. Non avranno più di cinque anni, si buttano a terra, nel pullman potrebbe esserci qualcuno pronto a saltare giù e portarselo chissà dove o togliergli il misero guadagno della giornata.

Niente di nuovo sotto il sole, fratelli, di là dall’Equatore i genitori nascondono la roba nei grembiulini d’asilo dei figli, la neve… mi sono spiegato?

A Tshikapa, iniziamo la ricerca della famiglia del morto, non è vero che tutte le mogli fanno le mosche intorno ai contoires, non questa, per lo meno. La troviamo in una capanna, alla periferia della città, una donnina piccola, magra, con una faccia ossuta, divorata da occhi neri, mobilissimi. Prende le pietre, apre e chiude la mano, s’immagina la fregatura.

– Devi venderle ai libanesi – fa il capo – vieni con noi, così prendi anche la tua parte del grosso diamante.

Molto tempo dopo, un giorno che mi trovavo a Tshikapa, questa qui mi ferma: “è vero?” mi chiede. Eh, fratelli, c’è una lingua sotterranea, fatta di cose, di fame, di schifo, di mine, di gente che rischia e aspetta come insetti a ventre all’aria, di pezzi di galera, di imbecilli che non sanno fare business, meno che mai tra angolani e libanesi: questa lingua la capisco subito. “è vero”, rispondo. E lei alza il braccio rinsecchito: sta a vedere che invoca qualche Spirito, mi dico, o se ne esce con qualche frase dei missionari. E invece… silenzio. Mi gira le spalle e sale su un pullman sgangherato in partenza per Kinshasa.

 

§§

 

Anch’io dovevo tirare fuori i miei diamanti. Per prima cosa, dovevo mangiare, là a Tshikapa, non c’erano mercati o posti dove buttar giù un boccone, dovevi arrangiarti: con un bel sorriso a qualche ragazza t’assicuravi vitto, scopata e, quel che più conta, recupero-valori (una buca dietro casa dove cagare in un recipiente, operazione delicatissima, quasi come andare in Borsa, mi capite?). Era sempre una sfida e una gran soddisfazione vedere come il mio corpo fosse utile e ben congeniato: il Padreterno, modellando la creta nel settimo giorno, aveva fatto le cose per bene, sapeva che appetito e cibo mettono in moto un processo digestivo più sofisticato dei codici cifrati d’una porta blindata, in capo a un certo numero di ore (variabile a seconda della lunghezza dell’intestino), borborigmi e peristalsi annunciano l’apertura della cassetta di sicurezza più antica che l’uomo ricordi, e poi liberazione salutare, lavaggio del dispositivo d’apertura, dei preziosi imballati come sopra e finalmente la ricchezza. Ma i libanesi sono gente troppo furba, pagano somme miserabili per le pietre di luce che rivendono sul mercato estero al triplo o al quadruplo di quel che hanno dato ai neri. Andrò in Europa a digiuno e coi diamanti nel culo, mi dico, è ora di finirla tra bianchi e neri.

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