Perché? – capitolo 4

– Non ero innamorata di mio cugino. Avevo quattordici anni, volevo provare, era un gioco. Ma poi… tutto quel sangue delle bestie sgozzate, quella ridicola cerimonia quando mi hanno messa nuda vicino a lui, umiliarmi davanti a tutto il villaggio, che schifo. Io ero la confidente di mio padre, ero sempre presente nella capanna quando il gran consiglio degli uomini si riuniva, mia madre no, non poteva. Ah, ma s’è vendicata. Era una donna fredda, contraria al sesso. Tutti i figli che ha avuti e non ha mai fatto sesso. Lo sa, i miei erano cattolici. Convertiti dai missionari, ha presente? Là non si scappa, il sesso è tabù. Quelli predicavano l’astinenza, convincevano tutti che il sesso è un freno alla formazione dello spirito e facevano questo a Bakua Lukusa, nel cuore dell’Africa, il mio villaggio. Come si fa a dire a un nero che il sesso inibisce lo sviluppo dello spirito? Sarebbe come dire che la terra fa male alle radici. Prepotenza dei bianchi, l’immensa anima nera respira negli umori vischiosi e accoglienti delle donne.

– Capisco… credo di capire. Eppure, nonostante quel che predicano i missionari, la sessualità è determinante per lo sviluppo dell’individuo, ha un ruolo importante nelle relazioni umane.

– Era un incesto.

– Tante famiglie reali sono sopravvissute grazie ai matrimoni fra cugini.

– Da noi non è così. Un cugino è considerato come un fratello e il senso cattolico del peccato si mischia con la paura di andare contro gli spiriti che reggono le nostre presenze e danzano nei nostri sogni. Il villaggio è come un corpo e l’incesto è una mano, un piede putrefatti, una ferita aperta che sanguina. Se il villaggio vuole sopravvivere, deve sanare la ferita. Forse, in altri tempi, invece della vacche, avrebbero sgozzato noi.

– Come l’avevano saputo?

– Non lo so, ci nascondevamo, aspettavamo che gli altri dormissero o fossero a caccia. Forse le donne, forse mia madre: leggeva segni che altri non vedevano, poi ti diceva quello che neppure in sogno volevi sapere. Si sarà presa la sua soddisfazione… sapeva farsi capire. Mentre stavo nuda davanti a tutti, si stringeva nelle vesti come una monaca. Non ha fatto niente per impedire lo scempio, poteva difendermi, negare, nessuno ci aveva visti, le avrebbero creduto. Ho fatto come volevo per offenderla di più, mia madre aveva partorito una puttana.

– Usava se stessa, voleva vendicarsi e lo faceva col proprio corpo e con un’incredibile durezza. Non ha mai smesso di provocare, il sesso era un’arma rivolta contro di sé.

– Contro mia madre.

– Contro di sé. Tutte le trasgressioni che ha fatto hanno danneggiato lei. E i suoi figli.

– Lo sa, io so fare sesso e non so fare figli. Loro escono da me come cose che non servono più.

– Quanta rabbia, quanta disperazione aveva quella quattordicenne. Perché non ha pianto? Perché non ha gridato il suo diritto all’amore? Lei amava suo cugino, forse amava se stessa in lui, forse lui cercava se stesso in lei. Si era sentita sporca, veramente sporca dopo un’esperienza tanto umiliante e la competizione con la madre s’era ingigantita, era diventata persecutoria.

– Forse. Ma è inutile chiederselo. Del resto, l’eterna sconfitta sono io. Mia madre si lasciava adorare dai miei figli, specie da Adam, nel villaggio la rispettavano, mio padre aveva avuto sempre solo lei come donna e il suo ventre era santo. Mentre il mio è maledetto.

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