Perché? capitolo 5

Erano passati due anni, del sangue delle bestie sgozzate Cécile non si ricordava più, la famiglia le aveva restituito purezza e dal suo piccolo grembo d’adolescente non sarebbero uscite disgrazie per il villaggio. Ma bastava lei, lei sola a essere una disgrazia per se stessa, perché s’innamorò del figlio di uno schiavo: anche lui s’innamorò di lei, i loro fianchi si unirono e nacque un bambino. A Bakua Lukusa gli schiavi erano benvoluti, la comunità li proteggeva dalla fame, dalla sete, dai pericoli – in quella terra chi è solo è perduto -, li riscattava dall’essere “branco” come animali, ma nessuno dimenticava che erano usciti dalle viscere della foresta ed erano stati compagni di belve. Da generazioni, ormai, nascevano tra le capanne d’erba e argilla, si erano formati all’uso del vivere degli uomini, ma portavano nei corpi, negli occhi il doloroso travaglio dell’evoluzione dallo stato di natura alla vita associata. Erano schiavi, appunto, vale a dire, familiari e, nello stesso tempo, le braccia e le gambe dei loro padroni per i lavori più duri o più umili. Cécile tutte queste cose non le considerò. Forse non voleva, forse non sapeva e la sua vita tornò a essere un pericolo per il villaggio. S’era unita a uno schiavo dissipando la dignità di casta e lo scandalo era sotto gli occhi di tutti: la comunità doveva sanare la ferita, questa volta non con un rito, ma con il rifiuto. Il rifiuto è una forza tenace come le fibre dei rami ancora verdi, è il vento che penetra nelle crepe dei muri, che soffia di capanna in capanna, è uno sguardo terribile d’offesa, di difesa, di paura. Lo schiavo non tocchi più la donna, la donna non tocchi più lo schiavo e la ferita nel villaggio rimarginerà. Ma c’era una ferita ancora più profonda nelle mani dello schiavo e nelle piccole mani di Cécile, nel petto ancora gonfio di latte, tra le gambe che riprendevano a sanguinare a ogni mese lunare: quel genere di ferita che non risana coi medicamenti della legge tribale, anzi, s’apre di più. Gli amanti cominciarono a vedersi di nascosto spargendo semi d’erbe selvatiche tra erbe buone, i semi attecchivano con la caparbietà delle cose proibite e dopo due anni, Cécile partorì una bambina. A tutti sembrò che dal suo ventre uscisse il disordine o un nuovo ordine che andava estirpato alla radice. Lo schiavo, minacciato, fuggì dal villaggio, s’arruolò nell’esercito e la sua storia si perde nel nulla. Forse, in un mondo diverso, in una società più ampia e anonima come quella della città, la sua non sarebbe stata una colpa: toccare la figlia di un re non avrebbe fatto male a nessuno. Ma una città non ha cuore e vene e sangue come un villaggio e un corpo collettivo che rischia la malattia e la morte se perde l’ordine e la compostezza antica.

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