Perché? capitolo 6

– Per te, gli alberi hanno le radici al sole – diceva Agnes, la madre di Cécile, alla figlia – la luna sorge di giorno e la pioggia sale dalla terra. Per te, i piedi vanno all’indietro e gli spiriti che ci visitano di notte, nel sonno, arrivano di giorno: quegli spiriti che ci fanno unire teste e piedi col fratello, con la madre, con il padre – ma è fumo, solo fumo. Appena arriva l’alba e le bestie fanno i loro lamenti per un po’ d’erba, il fumo svanisce, nessuno lo vede più. I tuoi figli non sono fumo, sono carne viva, tu te ne devi andare.

Cécile andò a Kinshasa, venne a prenderla uno dei suoi fratelli, un generale dell’esercito nazionale che s’era trasferito là. Con i soldi che i genitori le avevano dato, comprò una casa, forse trovò anche un compagno. In città, gli spiriti della notte non la visitavano o, se lo facevano, a nessuno importava, poteva correre per le strade grandi, luminose, piene di gente senza portare niente con sé, senza attirare uno sguardo, neppure quello del figlio, che abitava da suo fratello. La bambina era rimasta con la nonna: forse per la nostalgia verso questa creatura o per il bisogno irrefrenabile di essere ancora una ferita per tutti, Cécile, dopo otto anni, tornò a Bakua Lukusa. Nel suo villaggio, il plenilunio lo vide nove volte: quando una smorfia di dolore segnò di macchie il viso splendente della luna, lei partorì un maschio: da chi le fosse nato non lo disse mai. Adam nacque così, scivolando tra le gambe della madre, pacifico e insonnolito, avvolto nella placenta come in una camicia. Era il 25 novembre 1970.

– E’ mio – disse Agnés, Cécile non rispose.

– L’hai messo al mondo per farlo uccidere? Vattene, e stavolta per sempre – la voce di Agnès crepitava come i rami spezzati delle trappole sotto la zampa della preda ignara. E la preda era sua figlia, o meglio, il corpo di lei esuberante, capace di seguire la propria natura come il leone la gazzella fino al laccio insidioso o al morso fatale.

§§

 

Cécile era cresciuta così, il suo corpo era andato avanti senza di lei – e lei l’aveva seguito come un’ombra, talvolta sparendo, come accade, appunto, alle ombre sotto il sole di mezzogiorno. Aveva infranto tabù e regole sociali, ma la sua non era stata una volontà provocatoria, capace di sopportare il peso del delitto con la colpa o con la spavalda fiducia in se stessa. Aveva visto il sangue delle vacche sacrificate, misterioso e orrendo come il suo primo mestruo, e non aveva capito; s’era unita più e più volte con uno schiavo contro i pregiudizi di casta che governavano il villaggio e non aveva capito. Era stata sempre nuda e inerme come un lattante: come i figli quando le stavano attaccati al seno, come Adam che sua madre allora le prendeva, di pochi giorni, e con gli occhi ancora chiusi.

Cécile non era stupida. Aveva intelligenze diverse delle cose, ma tutti questi saperi accumulati nella sua giovane vita si annullavano nell’unica intelligenza che si concedeva: piacere agli uomini. Cécile era sempre davanti a una montagna e parlava e piangeva e rideva e l’eco del suo parlare e piangere e ridere era come uno spirito non suo. E mentre il suo corpo faceva di lei una madre perfetta nutrendo i feti di linfa buona e guidandoli alla luce con poderose contrazioni e programmando la monta del latte, la sua mente se ne stava così, passiva, estranea, con un remoto senso di paura. Si sarebbe potuto dire che il suo corpo c’era, ma la sua mente non sapeva o non voleva esserci. Se per in istante Cécile lasciava filtrare la sua tenerezza di madre, questo sentimento le procurava un’ansia incontenibile: era il terrore della bestiola cavata dalla tana, della tartaruga sgusciata dal carapace, era la consapevolezza di sé – e l’unico modo di salvarsi era gettare quel sentimento, tutti i sentimenti, contro la parete della montagna.

-E’ mio – ripeteva Agnés.

Cécile lasciò Adam. Le donne dicevano che non poteva portarlo a Kinshasa, in casa dell’uomo con cui viveva, ma, nel sonno, quelle stesse donne sapevano la verità e anche Agnés la sapeva. E nei sogni di tutte Cécile continuava a tacere.

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