Rappresentazione o realtà?

Il mito della caverna dice espressamente che la realtà non è direttamente accessibile: ne percepiamo solo le apparenze attraverso la mediazione dei sensi. Che sono ingannevoli. Ma ogni tentativo di conoscenza implica che è possibile decrittare la realtà – almeno in certa misura. Fino a che punto? Questa è la domanda sempre attuale. Una volta, mi è capitato di osservare con attenzione un oggetto qualunque, diciamo un tavolo. Ho preso coscienza di me stesso e del tavolo. In altre parole, ho avuto in me la rappresentazione del tavolo. Ma non miravo espressamente a questo. Oltre la rappresentazione del tavolo, ho pensato proprio al “tavolo”, cioè l’ho pensato come un oggetto esterno a me. Mi chiedo quale sia il rapporto fra la mia rappresentazione e l’oggetto. La mia rappresentazione è conforme all’oggetto? Mi dico che è impossibile rispondere a una simile domanda, infatti, per poterlo fare bisognerebbe disporre della rappresentazione separata dall’oggetto in sé. Soprattutto, come giustifico l’esistenza della “cosa in sé”? Ripeto che non è possibile avere una conoscenza immediata della cosa in sé e procedo nel mio dubbio. Affermo che abbiamo accesso solo ai fenomeni e non alle cose. A poco a poco raggiungo una riflessione critica più radicale sul rapporto fra la rappresentazione e la realtà: affermo che la rappresentazione non è che una piccola parte della “cosa in sé”. Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer a cui non abbiamo accesso attraverso la razionalità – il mondo non è, dunque, che rappresentazione. E ogni descrizione di esso – scientifica o no – non è che rappresentazione. Constato che la stessa conoscenza non esiste in sé, ma solo attraverso il corpo. Dunque, il corpo è il mezzo attraverso cui giungiamo alla rappresentazione e, nello stesso tempo è l’oggetto della conoscenza, ovvero la “cosa in sé”. Esso è il “miracolo per eccellenza”, la via d’accesso al mondo oggettivo attraverso un percorso che non è né razionale né logico.

Dott. Adam Buapua

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