Migrazioni, opportunità e tormenti

L’incontro organizzato dall’Istituto Svizzero di Roma (17-18 novembre) Migrazioni, opportunità e tormenti ha rilanciato, ampliandolo, il discorso sulla mondializzazione già avviato dall’Institut de Hautes Études Internationales et du Développement (IHEID) di Ginevra. Il tema delle migrazioni, nella sua complessità, è stato affrontato nel corso di tre workshop da esperti e relatori dall’Africa, dall’Italia, dalla Svizzera e dalla Santa Sede; fra questi, ricordiamo Michael Czerny, sottosegretario per le questioni di migrazione e rifugiati dello Stato Città del Vaticano, Pietro Mona, ambasciatore per lo sviluppo, i profughi e la migrazione (Svizzera), Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, Alain Edouard Traoré, ex ministro (Burkina Faso). L’obiettivo del dibattito era quello di interrogare le politiche europee, mettere alla prova molteplici punti di vista, creare insieme soluzioni migliori sul fenomeno migratorio.
Per averne una visione il più possibile esaustiva e transdisciplinare, i workshop sono stati introdotti e accompagnati da manifestazioni artistiche: il 16 novembre, giovedì, al Cinema Trevi – Cineteca Nazionale di Roma – sono stati proiettate le opere di Mohammed Soudani e Sabine Gisiger, autori rispettivamente di “Waalo Fendo” (là dove la terra gela) e “Willkommen in der Schweiz”. Il 17 novembre, nella sala elvetica dell’Istituto, Dimitri de Perrot ha presentato per la prima volta in Italia la sua installazione Dreams & Nightmares realizzata in collaborazione con il fotografo svizzero Jean Revillard.

Mi sono preparato all’incontro “Migrazioni, opportunità e tormenti” guardando il film di Mohammed Soudani, “Waalo Fendo”, dove il tanto desiderato Eldorado-Europa si trasforma in un incubo. Ancora più duro, se possibile, “Willkommen in der Schweiz” di Sabine Gisiger, il film proiettato subito dopo quello del regista algerino: le inquadrature di un mondo bene ordinato come quello svizzero, dove lo stato è sovrano e decide chi accogliere, mi hanno dato, per contrasto, la visione dell’infinito caos umano e del disordine (temuto dalle istituzioni) che esso porta con sé. Due opere di amara realtà hanno fatto da “introduzione” alle analisi e alle possibili soluzioni suggerite dai partecipanti nel corso dei tre workshop sulle migrazioni, un argomento tempestoso con molte zone d’ombra. Cercherò di entrare nei misteri di questo mistero dove le domande sono senza risposta, o meglio, cercherò di porre chiaramente, una volta per tutte, quelle “domande tabù” che si fanno solo dietro le quinte. Chi sono questi immigrati che vengono a invadere i territori occidentali? Sono uomini, donne e bambini che lasciano la loro terra per trovare una vita normale altrove. Perché lasciano la loro terra e la famiglia per ad andare così lontano? “Non andiamo via di casa per divertimento”, dicono gli interpellati. La maggior parte sono vittime della dittatura imposta dai leader del loro paese, ma non tutti. Perché scelgono questo percorso estremamente rischioso? E’ un bel po’ che i visti che non vengono più rilasciati. Bisognerebbe essere ricchi e dimostrare di avere mezzi finanziari per ottenere un visto – e la gente comune è povera. Pensate che le difficili condizioni applicate per ottenere i visti siano la barriera che spinge queste persone a cercare altri modi per viaggiare? Sì, assolutamente sì, non hanno alternative. Da dove vengono? Dai paesi del terzo mondo. Qual è lo scopo di questo viaggio dove ci sono l’80% delle possibilità di perdere la vita? La TV mostra immagini del primo mondo dove si vive meglio: davanti a questi miraggi il rischio è nulla, non esiste la stanchezza di essere abbandonati a se stessi. La destinazione del viaggio/miraggio può cambiare le cose? All’inizio tutto è giocato nella fantasia. Ci sono tre categorie di migranti, la prima è costituita dai deboli, donne sole e bambini; i minori non accompagnati sono i più vulnerabili, non ci sono speranze per loro nel paese d’origine, è un’infanzia che vola in tutte le direzioni e che si trova ad affrontare abusi che non riuscite a immaginare; la loro è una categoria che si integra facilmente e con buoni risultati nel paese che li accoglie. Quanto alle mamme, non trovano lavoro, i mariti non pagano le tasse scolastiche e le cure mediche per i figli a cui, in ogni caso, manca l’acqua potabile e il cibo. Si pensa di partire, ovvio, ma la domanda è: come fanno dei fuggitivi tanto poveri a pagare le spese per arrivare a destinazione? Primo mistero. La seconda categoria dei migranti è costituita dalle ragazze e dai ragazzi: il loro obiettivo è partire per porre fine alla miseria: “partiamo per aiutare le nostre famiglie – dicono – perché qui non c’è più niente”. Il problema è il viaggio, o meglio i costi. Le ragazze sono costrette a prostituirsi per accumulare il denaro necessario, c’è chi trova sponsor che anticipano la somma da rimborsare in seguito a interessi stratosferici. Per essere chiari, l’importo che il “finanziatore” richiede, comprensivo di interessi, appunto, varia dai venticinque ai trentacinquemila euro a seconda del paese di partenza, eppure la somma anticipata non raggiunge i cinquemila euro. E allora? Semplice, le malcapitate continueranno a prostituirsi in Europa. Sull’argomento dedicherò un articolo pubblicando le testimonianze delle vittime di questa barbarie.
La terza categoria possiamo definirla “dei rancorosi”, quelli che “all’Occidente gliela fanno pagare perché è la fonte delle loro disgrazie”: si veda, in proposito, l’attacco in Germania, il protagonista è un “passeur” che ha attraversato l’Italia, come abbiamo appreso. E se la destinazione non è come la si immaginava, che fare? Che fare quando si è costretti a vedere la realtà, a prendere atto che l’Eldorado non c’è? Dietro ogni migrante c’è la speranza di un’intera famiglia, di un clan, il peso sulle spalle è enorme, annienta fino alla morte: questo abbiamo visto nel film di Mohammed Soudani. Tornare indietro è una soluzione possibile? No. Sarebbe un’insostenibile vergogna per la persona e per la sua famiglia, “meglio morire piuttosto che tornare a casa a mani vuote”. I migranti che attraversano il mare a Ovest sono tutti rifugiati politici? No, non sono tutti rifugiati politici. Ci sono tre criteri per essere riconosciuti tali: bisogna essere perseguitati per motivi razziali, religiosi o politici e bisogna poterlo dimostrare con prove inconfutabili. Ma quelli che sbarcano in gran parte sulle coste italiane sono persone normali abbandonate dai governi dei loro paesi. Lo ripeto: a casa loro questi migranti non hanno un tetto per dormire, acqua, cure mediche, mancano di ogni assistenza. In compenso, i loro ministri si vanno a curare all’estero, bevono acqua minerale d’importazione, dispongono di generatori di corrente a uso privato etc. etc. Come possiamo sperare nella prosperità? I paesi d’origine dei migranti possono essere definiti Stati? Sì, e sono anche ricchi di risorse minerarie che alimentano i paesi sviluppati. Il punto è che i governanti sono irresponsabili, sono burattini manipolati da occidentali, europei e americani – e ciò accade nonostante i 60 anni di indipendenza. Non c’è nemmeno progresso nell’agricoltura, i burattini fanno la volontà altrui, non quella della loro gente abbandonata a se stessa. Applicano la dittatura, intimano arresti arbitrari, uccisioni sommarie, violazioni dei diritti umani, gli abusi dei minori sono all’ordine del giorno in totale impunità. L’integrazione è possibile? Per i giovanissimi sì, ma per quelli che hanno più di 20 anni è difficile perché hanno da sostenere un intero clan con uno stipendio precario, inoltre, trovare un lavoro non è facile, soprattutto se non si ha qualifica e, diciamolo pure, non si conosce un mestiere. Chi sono i veri aggressori di questi immigrati? Sono i loro governi, che non si preoccupano della gente, che lasciano che i cittadini se ne vadano, che si prendano carico delle proprie famiglie. I governanti locali sono feccia, sono sadici, si limitano a riempire i loro conti in banca all’estero, le preoccupazioni dei popoli non li interessano. Parliamo dell’immigrazione degli africani, non parliamo dell’immigrazione degli americani e degli occidentali che vanno in Africa, perché? Loro hanno i passaporti giusti, hanno il diritto di andare dove vogliono, quando vogliono, fare quello che vogliono in altri paesi: saccheggiare le materie prime non è un problema. Diventano ricchi con i minerali africani mentre i nativi non possono godere della loro propria ricchezza – e anche questo non è un problema. Notte e giorno inventano documenti solo per mettere in ginocchio l’uomo nero – e questo è loro concesso. L’africano non ha bisogno di aiuto o di immigrati, ha solo bisogno di pace e di un sistema di collaborazione: “tu mi dai la penna, io ti do il quaderno”. Come porre fine al fenomeno migratorio? È possibile? Risponderò a questa domanda francamente. Come ho appena detto, in tutti i paesi dell’Africa i presidenti che governano sono dei burattini scelti dai signori del primo mondo, dagli occidentali, sono loro che decidono chi governerà questo o quel paese. Per essere scelto devi avere l’altissima qualità di un idiota e fare esattamente quello che ti dicono. Gli occidentali vedono solo il loro interesse, fabbricano armi che non usano, le vendono ai loro burattini, provocano guerre etniche e creano guerriglieri nel mondo. Con le armi i burattini diventano potenti, applicano la dittatura (chi osa alzare la voce è assassinato), si occupano solo della loro pancia, hanno un passaporto diplomatico, i loro figli vivono altrove. Ma gli africani non si lasciano più ingannare, hanno capito che la colonizzazione non è finita, ha cambiato la forma e c’è solo un modo per fermarla, “la rivolta popolare”. Allora tutte le istituzioni cadranno e gli europei e gli americani non potranno più dettare legge in Africa perché ogni contratto firmato dai precedenti governi di letame non esisterà più. E l’emigrazione finirà. Gli africani devono comportarsi come gli svizzeri, essere un popolo sovrano. Congratulazioni a questa gente che sa come dire di no all’oppressore, ancora una volta congratulazioni, sono un esempio da seguire.

Monpourquoi ha cercato di dare risposte a tante domande sperando di non disperdersi, perché la vera domanda è nota a tutti. Dott. Adam Buapua

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