L’interpretazione

L’interpretazione è stata una delle forze motrici della psicoanalisi freudiana dopo la pubblicazione dell’Interpretazione dei sogni di Freud, nel 1900. Ma è noto da tempo che i suoi effetti sono diminuiti nella misura in cui le teorie freudiane sono state divulgate e banalizzate presso il pubblico interessato alla psicoanalisi. Lo shock emotivo provato da una donna all’inizio del XX secolo quando lo psicoanalista le disse che da bambina aveva desiderato suo padre segnò un progresso nella terapia, ma oggi una tale interpretazione non avrebbe per lo più alcun impatto. Forse provocherebbe una risposta beffarda del paziente: “sì, come qualsiasi ragazza”. Che cos’è l’interpretazione? È estrarre da un discorso apparentemente superficiale, evasivo, una verità più profonda. In breve, si presume che lo psicoterapeuta, in quanto tale, sappia del paziente cose che quest’ultimo, al contrario, ignora. In sostanza, lo psicoterapeuta sembra che si trovi nella posizione di “uno che sa”. Certamente, non è un’affermazione senza fondamento. Inoltre, fa parte del buon senso considerare che siamo ciechi verso noi stessi su certi punti che ci toccano troppo da vicino. Lo psicoterapeuta, non essendo coinvolto in linea di principio in ciò che agita il suo paziente, sarà probabilmente più lucido. In realtà, l’affermazione della “conoscenza” dello psicologo si basa sul fatto che egli dovrebbe essere più preparato in materia e, soprattutto, capace di liberarsi da quelle cecità che riguardano le persone comuni. Anche questo è in parte vero, almeno nei casi migliori. Tuttavia, lo psicoterapeuta non è e non deve essere in una posizione ‘esterna’ all’altro (come un medico, per esempio): non considera il paziente un oggetto di studio, meno che mai lo tratta con benevolenza. Lo psicoterapeuta deve essere dalla parte del paziente nonostante il rischio di un vero e proprio coinvolgimento. Questo comporta che egli non si limiti al registro del pensiero, ma che sia attento alle sensazioni, ai sentimenti e alle emozioni del paziente – unica condizione per rendere fruttuosa la terapia. Uno psicoterapeuta, anche se lavora nella dimensione della fisicità, passa la maggior parte del tempo ad ascoltare i suoi pazienti, le loro storie. Una storia, la storia del paziente, è di ordine ternario nella misura in cui ha un decorso temporale, un prima e un dopo, una dimensione spaziale, relazioni definite tra i personaggi etc. etc. Uno psicoterapeuta è interessato a queste storie ma, anche, come ogni ascoltatore, è sensibile al modo in cui le cose vengono dette, ‘abitate’ dal narratore; è sensibile all’atmosfera, all’emozione che traspare. E capita di tanto in tanto di far notare un dettaglio: e poi il paziente risponde, a volte, con molte emozioni. È un momento prezioso, dove si congiungono le tre forme: primaria, binaria e ternaria; dove la simbolizzazione è condivisa, ma anche l’emozione. Un momento che non è, forse, il prodotto di una fusione (terapeutica) tra due persone? Dott. Adam Buapua

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