Lettera a Papa Francesco

Roma, 18 febbraio 2018

Caro Papa Francesco,

La ringrazio del saluto e delle parole di pace che ha avuto per noi congolesi all’Angelus dell’11 febbraio scorso. Santità, il nostro Paese prende coscienza di sé e dei propri diritti, ma, questo, invece che portare alla democrazia e alla pace, alla prosperità e alla sicurezza, porta a sofferenze indicibili: i governanti si comportano come padri-padroni nemici dei loro propri figli, la repubblica e la democrazia proclamate sono solo parole, si riducono a una sigla –RDC – senza verità.

E tutto accade nel silenzio più totale dei media: da anni i radio-telegiornali internazionali non dicono, non vedono, non parlano di quel che avviene in Congo, zona d’ombra globale. Eppure, è solo rompendo il silenzio, solo aprendo un canale di comunicazione con gli altri, col mondo intero, che i congolesi (tutti gli uomini, in generale) possono trovare la forza per far sì che repubblica e democrazia diventino realtà. Da noi, solo i preti fanno testimonianza di tanta sofferenza, offrono asilo e protezione nelle chiese, sopportano l’offesa della dittatura che invia militari a uccidere dentro gli spazi sacri, condividono con noi la speranza che le cose cambieranno.

La Chiesa Cattolica ci ascolta e essere ascoltati significa guarire da ogni abuso. Perché il Congo è una terra abusata da una nuova forma di colonialismo praticato dalle multinazionali, che non vengono a portare lavoro, ma povertà, che sollecitano nei governanti il loro aspetto più turpe, l’avidità. Il nostro presidente attuale e il suo entourage vendono per trenta denari (per tangenti sostanziose) tutto il Paese, permettono che si scavi, che si estragga oro, diamanti e il coltan (indispensabile per smartphone e PC), dalle terre dello Stato: e mentre le loro tasche si gonfiano, le casse statali restano vuote; per il bene comune soldi non ce ne sono.

Santità, mio padre era capo di Bakua Lukusa, un villaggio nella regione del Kasaï ricchissima di coltan e diamanti. Ero un bambino, ma ricordo di come papà si prendesse cura della gente; in verità, avrebbe voluto farsi prete, tanto più che la dignità di capo-villaggio spettava al fratello maggiore, ma, per una serie di vicende familiari, si ritrovò ad essere lui, il capo del villaggio e lo faceva a dimensione umana, secondo le tradizioni ancora vive nel Kasaï. Le sue ricchezze derivanti dall’attività agricola erano le ricchezze di tutto il villaggio: la parte del raccolto di mais che gli spettava come forma di tributo veniva custodita in grandi silos e in tempo di carestia ce n’era per tutti. In breve, mio padre, come ogni capo-villaggio in Kasaï, era il garante dei beni comuni e dell’assistenza previdenziale.

Dove sono finiti, Santità, questi valori e questo modello di buon governo? L’indipendenza post-coloniale che cosa ha prodotto? E, soprattutto, che cosa è rimasto delle tradizioni dei nostri avi dopo che i colonialisti se ne sono andati? Sulle macerie di un’identità collettiva si è costruito il falso Sé di una politica che imita gli europei e che è stata ed è tuttora manovrata da alcuni Stati occidentali per ovvie ragioni economiche: il nuovo colonialismo, appunto. Io non ho potuto seguire le orme di mio padre, me ne sono andato quando Mobutu fece radere al suolo l’università che frequentavo a Kinshasa. Continuo l’opera di mio padre da qui, da Roma, cercando di tenere desta l’autocoscienza delle persone esuli come me, e di far conoscere i problemi del Congo scrivendo. Le invio l’articolo che pubblicherò sul mio blog (www.monpourquoi.com) sulla marcia dell’11 febbraio per il “Congo libero” e La ringrazio se vorrà leggermi. Mi piacerebbe venirLa a trovare in una delle udienze settimanali che concede ai fedeli e spero di poterLa ringraziare di persona.

Con molto affetto, Adam

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