Malati di solitudine

Roma, 11 febbraio 2018: la marcia per la libertà nella Repubblica Democratica del Congo

“Lo voglio, guarisci!”

– la voce del sacerdote risuona forte e chiara nella piccola chiesa congolese a due passi da piazza Navona, la Natività di Gesù, domenica 11 febbraio 2018.

“Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato…

– i fedeli, numerosissimi, ascoltano in silenzio –

…ma quegli, allontanandosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto… cari fratelli…

– la voce negli altoparlanti è vibrante –

… qualche volta bisogna opporsi alla legge per proclamare la verità ed è quello che dobbiamo fare noi congolesi, malati di solitudine e di abbandono da parte del mondo intero, vittime di una legge che in sedici anni ha ucciso otto milioni di noi, un popolo intero. Bisogna opporsi ai potenti che ci comandano, alla dittatura che ci mantiene nella miseria, nella fame, che ci tratta con violenza, che fa di noi dei malati, come il lebbroso nel Vangelo di Marco”.

La folla esplode in un applauso liberatorio: il sacerdote allude al governo del dittatore Joseph Kabila che uccide e fa a pezzi nelle pubbliche vie ogni oppositore, che ha spento la democrazia e il civile confronto tra le forze politiche, che ha venduto il Paese al capitalismo globale permettendo alle multinazionali di estrarre da una terra ricchissima l’oro, i diamanti, il petrolio, il coltan (con cui si fabbricano telefonini e computer), senza che questo produca lavoro retribuito: si parla di Kabila, tutti lo sanno, che, come Giuda (per restare nell’ambito evangelico) tiene stretti i trenta denari del tradimento, le tangenti pagate dalle multinazionali.

“Bisogna opporsi, rompere il silenzio, chiedere al Signore la salvezza”

– la voce dagli altoparlanti raggiunge la folla stretta sulla soglia della chiesa gremita, molti agitano la bandiera del Congo consapevoli che il Signore li salverà dando loro la forza di dichiarare ad alta voce l’indignazione. Ed è quel che accade subito dopo la messa: secondo il protocollo stabilito, il sacerdote, accompagnato dal coro, esce dalla chiesa reggendo una grande, povera croce dove l’Africa è crocifissa e sanguina al centro, a indicare che il Congo, oggi, è il costato ferito di Cristo; lo seguono le famiglie e tutti i partecipanti alla messa.

“Vogliamo uscire dall’isolamento!” proclamano i congolesi al mondo intero cominciando da Roma, dal rione Parione noto ai turisti d tutto il mondo. Il piccolo corteo marcia compatto fino a via della Conciliazione in un turbinio di azzurro e di rosso, i colori della bandiera congolese, e si ferma davanti alla basilica di San Pietro: durante la lunga sosta per i controlli di routine da parte delle forze dell’Ordine, alcuni bimbi fanno da vedetta sulle spalle dei genitori, gli adulti aspettano composti in una dignità orgogliosa e paziente, il coro con i suoi canti trasforma l’attesa in una festa.

Di lì a pochi minuti, papa Francesco si affaccia per l’Angelus e commenta il brano evangelico domenicale, Guarigione di un lebbroso, (Marco,I,40): Gesù ha avuto compassione, si è lasciato toccare dal malato e questo contatto, invece di produrre contagio, ha prodotto guarigione. La prima e più efficace cura, infatti, è la relazione tra il medico e il paziente, tra il paziente la società. Infine, i saluti: un’esplosione di gioia e uno sventolare di bandiere congolesi è la risposta alle parole del Pontefice che ha chiesto pace per il Congo, dove i sacerdoti fanno l’impossibile per sostenere la gente che si rifugia nelle chiese e sopportano la profanazione di quei luoghi sacri da parte dei militari che entrano per uccidere. Francesco benedice, la finestra del Palazzo Apostolico si chiude.

La comunità congolese non si disperde, a tutti resta molto da dire in questo pomeriggio di festa, nelle case o nei caffè. Ci si può opporre alla legge, se è necessario, molti affermano sulla scorta dell’omelia del sacerdote; è una questione di relazione, di rottura del silenzio, replicano altri, citando le parole del Papa. E’ anche una questione di volontà, mi viene di pensare. “Se vuoi puoi guarirmi”, dice il lebbroso. “Sì, lo voglio, guarisci” risponde Cristo: volontà di denunciare, di raccontare quel che accade in Congo per guarire, per uscire da silenzio di tutti i media che si occupano dell’Africa solo per dire che arrivano i barconi.

Dott. Adam Buapua

 

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One Reply to “Malati di solitudine”

  1. “senza coscienza di sé non ci sono diritti”, diceva Carlo Marx. La marcia per il Congo libero di domenica 11 febbraio è un primo, fondamentale segno che il popolo congolese ha preso coscienza di sé. Pia Di Marco

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