Come un leone in gabbia. Intervista al Direttore di “Monpourquoi”

Dottor Buapua, vorrei impegnarla in un parallelo ardito, ma molto intrigante: seguire passo passo i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (1513-1519) di Nicolò Machiavelli, capolavoro assoluto dell’arte della politica in pieno Rinascimento, e trarre spunti per parlare dell’attuale situazione del suo Paese, la Repubblica Democratica del Congo. In effetti, anche nell’opera del grande pensatore fiorentino si ragiona di repubbliche bene ordinate o da ordinarsi, di quelle corrotte che presto saranno preda di un tiranno e di quelle dove la corruzione non è penetrata in modo irreversibile. Allora, ci sta?

Sì, certo. Sono anni che seguo il mio Paese da lontano, me n’ero andato da ragazzo, ai tempi di Mobutu, appena la pagliacciata era cominciata. Mio nonno, capo del villaggio di Bakua Lukusa, m’aveva detto: “va’ in Europa, diventa come loro, poi torna qui” – intendeva dire: prendi il meglio dagli europei così come loro hanno fatto con noi e crea qualcosa di nuovo a casa tua. Ho seguito il consiglio, in Francia ho imparato a fare lo psicologo e sono tornato parecchie volte in Congo, ma ogni volta mi sono chiesto perché: sotto il regime di Kabila non si può avere neppure il dritto di esistere. Nel 2014, l’ho scampata per miracolo, avevo pubblicato un articolo contro il dittatore e il suo entourage e i militari mi cercavano, un prete mi salvò la vita nascondendomi in chiesa.

Suo nonno aveva un rapporto complesso con gli europei, mi sembra di capire.

Mio nonno conservava la propria cultura come il bene più sacro. Osservava, tuttavia, i bianchi, sapendo che del buono c’è dappertutto, anche in quelli che ti vengono a rubare terra, ricchezza, anima. Applaudì l’indipendenza, nel 1960, poi finì per capire che tutto era stato un grande inganno: nel giro di pochi anni il Paese era tornato sotto il tacco di un nuovo colonialismo più subdolo e più difficile da riconoscere. Eppure in tanti avevano creduto alla Repubblica e alla Democrazia e avevano lottato per averle.

Un popolo abituato a vivere sotto un tiranno, se per avventura diventa libero non saprà che fare di sé e diventerà preda di un altro tiranno forse peggiore (Uno popolo uso a vivere sotto uno principe, se per qualche accidente diventa libero, con difficoltà mantiene la libertà): è il capitolo 16 del primo libro dei Discorsi di Machiavelli.

Un leone che venga alimentato sempre in gabbia, una volta libero, nella foresta, è incapace di nutrirsi, non conosce il territorio, ha perso l’innata forza, lo scatto per afferrare la preda. Perché non sarebbe dovuta accadere la stessa cosa al popolo congolese, allevato e costretto nella gabbia della tirannide da troppo tempo, se includiamo le pesanti ingerenze dei belgi nelle microsocietà dei villaggi?

Il popolo congolese come un leone in gabbia liberato e più indifeso che mai: sto andando bene, dottor Buapua? La freccia di Machiavelli ha colpito nel segno? Forse ora vorrà raccontarmi meglio, in maniera più distesa. Qui, in Europa, in Italia, del Congo si sa poco, dell’Africa in generale si sa poco. Un continente dimenticato: se ne parla giusto per dire che arrivano i barconi coi migranti.

Mio nonno era nato alla fine dell’Ottocento, quando il Belgio la faceva da padrone. I belgi, nonostante le molte crudeltà (serve ricordare il taglio delle mani e dei piedi, le ragazze stuprate e impalate?) non erano esattamente colonizzatori, ma uomini d’affari, in definitiva, quella zona del Congo era un possedimento personale di re Leopoldo II ed era ricchissima di risorse. I bianchi si comportavano con i capi villaggio con una certa diplomazia (nonostante quel che si dice): venivano a trattare. Uno dei miei fratelli, Bruno, ha molte fotografie del nonno che riceve delegazioni di belgi, che conversa con loro seduto nel bureau (una grande capanna nel complesso di capanne reali, distaccate dal villaggio). Si potrebbe dire che i belgi non fossero particolarmente interessati alla cultura e alla struttura sociale di quei luoghi. Più impegnativa era la pressione esercitata dai missionari cattolici: loro, sì, miravano a un totale sradicamento della religione autoctona. Significativa è, a questo riguardo, l’interferenza che esercitavano a proposito dei diamanti, che da noi, in Kasaï, si trovano con grande facilità: insistevano nel dire che quelle pietre attiravano disgrazia, che dovevano essere benedette, che la gente non doveva portarle al capo villaggio, secondo la tradizione, ma alla missione.

E poi che cosa accade?

La proclamazione della Repubblica Parlamentare non fa che aprire lotte interne fra le sei provincie del Congo belga; presidente è Joseph Kasa Vubu, un uomo che non ha alcun peso, insomma, non conta niente; capo della Difesa è Mobutu Sese Seko, nominato dal presidente, un uomo che avrà un ruolo chiave nella vicenda politica congolese; primo ministro è Patrice Émery Lumumba, un ragazzo del Kasaï con molto fegato, il quale s’impegna duramente affinché vengano espulsi tutti i bianchi coi loro affari e commerci: non solo i belgi (sempre presenti), anche gli americani nel frattempo intervenuti. Lumumba sostiene l’indipendenza e l’autogestione delle ricchezze, vuole domare i capi villaggio (compreso Kalonji, capo villaggio del Kasaï), che rivendicano ciascuno per sé il ruolo di primo ministro.

In questo scenario così complesso i belgi e gli americani non stanno certo a guardare…

No, non stanno a guardare, seducono con promesse di potere Mobutu perché faccia il lavoro sporco – tolga di mezzo Lumumba. Ogni leader nero che la storia ricordi è stato fatto fuori da un altro nero manipolato dai bianchi: è accaduto con Martin Luther King, è accaduto con Malcom X. Che cosa fa Mobutu? Arresta Lumumba e poi lo spedisce in Katanga. Perché? Perché fra tutti i capi villaggio, quello del Katanga, Moise Tshombé, è dichiaratamente nemico del Primo Ministro e, difatti, lo uccide non appena i militari di Mobutu glielo consegnano. Lumumba ha solo 36 anni.

Era l’unica persona in grado di proteggere il popolo congolese nei suoi primi passi verso la libertà.

Mobutu, con l’appoggio dei belgi e degli americani, promettendo loro ampia libertà di manovra sul territorio in termini di business, ricevendo garanzie d’appoggio e ritorni economici, fa il colpo di stato, s’insedia al potere.

1965: il regime militare è instaurato, il germe della corruzione anche

… però Mobutu ha l’accortezza di circondarsi di uomini competenti a cui dare incarichi, fra cui l’avvocato Étienne Tshisekedi, che redige la nuova Costituzione del Paese. Tshisekedi è un uomo onesto, presto si dissocia da Mobutu e, insieme con dodici parlamentari fonda l’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale della RDC (UDPES). Sarà arrestato, poi costretto all’esilio per decenni.

Intanto in Congo il regime militare prospera: durerà trentadue anni e sarà devastante.

“Devastante” è dire poco. Quel che i belgi, durante il regime pseudo-coloniale, non avevano avuto interesse di fare, ovvero intromettersi nelle tradizioni culturali dei villaggi, lo farà il regime militare producendo quello che il grande intellettuale e regista italiano, Pier Paolo Pasolini (riferendosi a tante realtà subalterne), chiamava un “genocidio culturale”. La rozzezza, la dittatura, la regola del “favore per favore”, la corruttela, la complicità con i bianchi a cui veniva venduto l’80% del Paese in termini di miniere, giacimenti, terre ricchissime di minerali, faranno saltare alla base il principio di solidarietà su cui erano improntate le leggi e l’organizzazione dei villaggi.

 E nel villaggio di suo nonno come si viveva?

Apparentemente, tutti questi fatti sembravano non avere peso, come se Bakua Lukusa fosse un’isola felice. Da noi si viveva di caccia, di pesca, si coltivava la terra a mais e manioca, si pascolavano animali. Una parte delle bestie e del raccolto annuale (l’anno si concludeva ad agosto, al tempo del raccolto, e il nuovo anno cominciava con le prime piogge di settembre) spettava al nonno: quintali di mais e manioca venivano ammassati in grandi capanni e dalle bestie donate si ricavava la carne che poi veniva essiccata al sole o al fumo di braci e conservata insieme ai cereali. Quando la terra aveva fruttato abbastanza e chiedeva riposo, bisognava andare a coltivare un’altra terra più lontana, ma era difficile, a volte, riportare a casa il raccolto. Così, il capo villaggio metteva a disposizione della sua gente i propri beni, il mais, la manioca, la carne essiccata; aiutava anche quelli che avevano perso le bestie uccise dal leone dando loro cinque femmine e tre maschi per ogni capo di bestiame. Talvolta, la disgrazia si abbatteva sulla casa di qualcuno, il raccolto era scarso, le bestie morivano o non partorivano: il nonno consigliava allo sfortunato di cambiare terra e gli metteva a disposizione i suoi schiavi per andare a cercarla e a lavorarla. Era il primo tentativo di ristabilire la continuità e ricucire la ferita tra il singolo, la natura e la comunità.

Un buon sistema di welfare…

Naturalmente, parlo del Kasaï, la mia provincia, la più legata alle antiche tradizioni. Pensi che abisso con il presente: i dittatori della RDC sottraggono beni alla collettività per arricchirsi e mettere i soldi all’estero… ma torniamo alla storia. Se la nuova terra non produceva abbastanza, il nonno faceva un secondo tentativo, andava a trovare l’uomo in difficoltà. La cerimonia era solenne: ricordo che Albert (il nonno si chiamava così) scendeva dalla lettiga, entrava nella capanna, si sedeva circondato dai vecchi saggi e chiedeva all’ospite: “Hai rubato? Hai dormito con la donna di un altro? Hai offeso? Hai ucciso?”. Le domande erano tante, la colpa veniva fuori come una liberazione. Ancora una volta, spettava al capo villaggio chiudere una ferita nel tessuto sociale, questa era la sua funzione. “Sei pentito?” Chiedeva all’uomo e rendeva pubblica la sua colpa; poi lo forniva di bestiame e di viveri in proporzione delle ricchezze perdute e lo obbligava alla restituzione dei beni ricevuti senza mettere scadenze precise: il reo e i suoi discendenti non sarebbero stati mai sollecitati a onorare il debito, ci si aspettava che lo facessero spontaneamente – era una questione di coscienza, di rispetto, di senso del bene comune.

 E se il disgraziato era innocente?

In tal caso, poteva accettare i doni del capo senza doverli restituire. Ma, colpevole o innocente, il nonno gratificava e guariva il suo “assistito” con un ultimo, fondamentale gesto di regalità: gli portava un diamante. Il Kasaï è ricchissimo di diamanti più di ogni altro luogo in Congo, la gente scavando e lavorando la terra trovava spesso le pietre di luce e le portava al capo villaggio. Mi ricordo che quando pioveva i ragazzi le raccoglievano e le consegnavano al nonno perché le custodisse, erano pietre sacre. La terza fase di questo programma di assistenza sociale di cui le sto raccontando prevedeva un rito davvero singolare. Il nonno sceglieva una pietra della giusta grandezza, la faceva incastonare in una montatura d’argento o di ferro così che sembrasse un piccolo trofeo e la portava personalmente (seguito da un vero e proprio corteo) alla famiglia in difficoltà. La pietra illuminava tutta la capanna, s’irradiava ovunque riportando equilibrio, salute, prosperità, continuità di vita, speranza di futuro.

Affascinante! Bisognerebbe scrivere una storia controcorrente sui diamanti: non erano pietre di sangue, come recita il titolo di un celebre film, ma strumenti di comunicazione mirata al cambiamento.

I diamanti, l’oro, tutti i metalli preziosi non avevano valore commerciale, ma simbolico, erano scaturiti dalla terra, che è sacra, ed erano qualcosa di divino, un dono divino che aveva il potere di riportare luce e cambiamento in una famiglia. Ma solo il capo villaggio aveva il potere e il privilegio di essere mediatore tra il divino e l’uomo e di portare il diamante. Una volta che il diamante aveva fatto il suo effetto, il destinatario doveva darne notizia, avvertire la comunità: si faceva allora una grande cerimonia e la pietra tornava nella capanna reale. Queste cose le ho viste, ripeto, le ho vissute in prima persona. Ed è un fatto che se ho potuto apprendere le tradizioni del nostro villaggio vuol dire che il genocidio culturale, almeno in Kasaï, era alle porte, ma non troppo. Ricordo che il nonno stimava Lumumba, ormai sparito dalla scena e dalla vita, non stimava Mobutu, in ogni caso, era ancora libero di esercitare la sua autorità di capo e di governare secondo le antiche leggi, che imponevano buona amministrazione e responsabilità. Il tempo di una generazione e il genocidio culturale penetra anche in questo luogo felice: i miei zii sono diventati tutti militari, costretti a comprare i gradi per fare carriera ben sapendo che altro modo non c’è, i meriti non contano. E non parliamo del logoramento del sistema famiglia e degli obblighi di solidarietà.

E di Joseph Kabila, l’attuale dittatore della RDC, al potere da quattro anni, responsabile di crimini atroci e dell’impoverimento del Paese, che mi dice?

La storia di come un rwandese, Kabila, si sia impadronito della Repubblica Democratica del Congo vendendola e stuprandola (Sei milioni di morti in questi ultimi quattro anni) merita un’intervista a parte. l’UDPS all’opposizione aspetta solo il momento giusto per liberare il popolo e accompagnarlo nel cammino difficile verso la libertà e la democrazia, lontano dalle mille trappole di una foresta di interessi economici mondiali. E tenga presente che libertà e democrazia possono essere raggiunte solo maturando uno stato mentale diverso. Ma come diceva il suo Machiavelli, un popolo abituato a vivere in servitù… insomma, dobbiamo andare verso il nuovo recuperando la nostra tradizione pre-coloniale.

Dottor Buapua, siamo alla vigilia delle elezioni nella RDC del 23 dicembre prossimo: l’UDPS ce la farà?

 Kabila non può ripresentarsi alla presidenza, la Costituzione gli impedisce di approfittare di un quarto mandato. L’UDPS è in attesa, ma in questi giorni è in grave difficoltà per ragioni interne, sono stati scartati due candidati, Moise Katumbi e Jean Pierre Bemba a rappresentare l’opposizione, l’uno perché ha una doppia cittadinanza e l’altro perché è stato in galera. E questi che fanno? Invece di stringersi attorno a Felix Tshisekedi (figlio del grande Tshisekedi), si alleano fra loro e designano un candidato di oscura provenienza, Martin Fayulu.

Felix Tshisekedi ha avallato la candidatura di Fayulu poi, in un secondo momento, l’ha revocata, perché?

Firmando per Fayulu, Tshisekedi ha dimostrato di non ambire al potere e ha ritirato la firma nel rispetto della VOLONTA’ POPOLARE, perché la gente gli ha chiesto di farlo. Staremo a vedere quel che succederà. Intanto, l’oscuro candidato pregusta il ruolo di capo e non vuole dimettersi.

Felix Tshisekedi riuscirà a venire a capo di questi giochi assurdi da parte di politici di dubbia onestà?

 Felix riuscirà a guidare i congolesi se verranno tolti dalla gabbia, a costo di fare una rivoluzione.

 Inevitabile pensare a quel che accadde al ragazzo del Kasaï pieno di fegato, Lumumba.

Inevitabile. Ma le cose cambiano. Dobbiamo sforzarci di pensare così. Tshisekedi ha l’onestà dalla sua parte, e questo ci farà tornare alle radici. Quando penso a lui e a suo padre mi ricordo di un modo di essere africano che credevo fosse finito con mio nonno.

Grazie dottor Buapua, alla prossima, magari con la storia del dittatore Kabila che mi ha promesso. A proposito, lo sa che Machiavelli sosteneva che per ordinare una repubblica corrotta bisogna uccidere tutti i “grandi”, cioè i complici del tiranno?

 Ne riparleremo, questo punto che ora ha sollevato è troppo importante, non trova?

Pia Di Marco

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