VERITÀ E METAFORA


Durante una psicoterapia, i pazienti trascorrono molto tempo a raccontare la loro storia, a dare un senso a ciò che stanno vivendo, a ciò che hanno vissuto, a ciò che vorrebbero vivere. Questa ricerca è necessaria perché l’essere umano è così fatto, ha bisogno di essere in grado di spiegare la sua vita in modo coerente e di darsi una prospettiva. Gran parte del lavoro terapeutico può essere svolto soprattutto intorno alla questione dell’origine. Le risposte riguardano la narrativa delle diverse generazioni che ci hanno preceduto, le storie intorno alla nostra nascita e, naturalmente, gli eventi significativi della nostra infanzia e adolescenza. Abbiamo bisogno di ricapitolare questi passaggi. Alcuni dicono: “nella nostra famiglia tutte le donne sono forti” oppure “mio nonno s’innamorò di mia nonna quando lei aveva quindici anni, si erano incontrati nella festa della circoncisione del figlio di mio zio paterno. Abitavano lontani l’uno dall’altra, ma mio nonno andò a cercare mia nonna nel suo villaggio per prenderla in sposa e soddisfare tutti i requisiti della dote richiesti dalla famiglia di lei e vissero insieme per più di sessant’anni ” o ancora  “a casa nostra tutti camminano a testa alta”.

Dietro a queste formule è richiesto un comportamento o sono indicati modi di pensare diretti a coloro che vogliono far parte della famiglia: essere una donna forte, anche più forte degli uomini, credere che l’amore felice e leale sia possibile, essere all’altezza di ogni situazione! Spesso il lavoro terapeutico rende possibile alleggerire questi contratti familiari mantenendone la parte positiva e liberandola dalla componente dell’inibizione. A volte, il mescolarsi delle epoche, gli eventi storici complicano notevolmente i parametri di riferimento e il lavoro terapeutico dovrà creare miti personali.

Abbiamo bisogno di narrazioni sulla nostra nascita ed è sorprendente vedere come esse siano piene d’inventiva: “sono nato come una palla di cannone e mi sono chiesto se non sia caduto dal letto” oppure “sono nato col cesareo, non ho dovuto fare lo sforzo di nascere portandomi dietro il dolore ” o “mio padre era sotto le armi, mia madre era sola, ha dovuto raggiungere a piedi l’ospedale per partorire”. E’ raro che non si sappia nulla della propria nascita, che non ci sia un aneddoto serio o leggero che segna l’arrivo di un bambino.

Ma dobbiamo credere che le “storie” della nostra vita sono la realtà?
Questi miti personali non sono forse molto più veritieri della canzone dello sciamano? Inoltre, se possiamo essere certi che la donna che partorisce crede nel potere dello sciamano, non siamo affatto sicuri che lei creda veramente che gli esseri soprannaturali si stiano agitando e combattano un’aspra battaglia nella sua vagina.

Accanto ai miti personali, ci sono anche i miti “intessuti” per così dire, da un’intera comunità, che, tuttavia, condizionano il singolo. Una storia raccontata da mia nonna può lasciare un dubbio nelle menti dei lettori, eppure la gente ci credeva.
In una tribù dell’Africa centrale, nella Repubblica Democratica del Congo, gli uomini si uccidevano tra loro a causa delle donne, poiché la donna aveva il potere di fare sesso con chi volesse. Per gelosia il figlio del re fu ucciso dal suo rivale, così il re prese la decisione di radunare tutti gli uomini e mettere fine alla dominazione della donna.

Fu promulgata una legge: ogni donna avrà un solo uomo, colei che avrà rapporti con due uomini sarà sepolta viva e il suo spirito rimarrà nel villaggio  come una sentinella per denunciare quelle donne che in seguito commetteranno gli stessi atti. Tutte quelle che avevano dormito con più uomini, nel giro di 48 ore furono consegnate al sovrano e seppellite vive. La leggenda narra che da quel momento tutte le donne che commettono adulterio saranno uccise dagli spiriti delle donne sepolte vive. Fino a oggi tutte le donne che commettono adulterio muoiono: è noto a tutta la tribù congolese “Luba” a cui appartengo. Ma ci sono alcune eccezioni: niente può accadere alla donna  se l’uomo non ha dotato la moglie al prezzo richiesto dalla famiglia, se le nozze non sono state consumate o se non c’è stata una particolare cerimonia per la dote ( dote di “tshibau”, di maledizione) . Una precisazione: se la ragazza sposa un uomo di un’altra tribù e commette adulterio, non morirà. Questo sortilegio funziona solo con un marito Luba, infatti, se l’uomo Luba sposa una ragazza di un’altra tribù e questa commette adulterio, ben presto resterà vedovo… Per concludere, il sacro divieto è nel corpo e nello spirito dell’uomo Luba e non della donna Luba. Per decenni il mito collettivo degli spiriti delle sepolte vive non è mai stato pubblicamente messo in discussione dal popolo Luba – ma, c’è da chiedersi che impatto abbia e quali conseguenze nella psiche delle adolescenti che si preparano a diventare donne!

La storia di mia nonna ci mostra che la credenza nella realtà dei miti non è semplice, la forma mitica ha il primo posto nella narrazione. La verità non è nella storia, è nella struttura, nella forma in cui si esprime l’inconscio. Quando stabiliamo contratti familiari, manifestiamo la nostra appartenenza a una famiglia e ci sono mille modi per dirlo. Ad esempio, si dice: “io sono Luba” e seguirà una storia sui Luba. Dunque, l’appartenenza è la struttura da preservare anche se tutte le strutture ternarie si sgretolano.

La questione è alleggerire i condizionamenti traumatici o normativi. Ad esempio, se l’immagine del padre è autoritaria, per il figlio sarà d’obbligo diventare autoritario  come tutti gli uomini della famiglia o, per la ragazza, sposare un tipo autoritario – non fare il contrario, che sarebbe il partito migliore! Sarà necessario creare una narrativa della famiglia che tenga conto della problematica dell’autorità e la trascenda.

Allo stesso modo per le origini sociali: “a quale classe sociale appartengo se i miei genitori erano proletari e io andavo all’università? “. La narrativa cerca di costruire (ogni individuo lo fa a suo modo) un legame coerente con l’ambiente originario. Quel che raccontano le persone in terapia è una consultazione, una trasformazione e anche una creazione che consenta una vita migliore o addirittura la guarigione psichica. Le narrazioni sono basate sulla memoria, tuttavia, quest’ultima è labile, fluttua sul filo dei ricordi. Ricreiamo parte di un nuovo evento con ogni descrizione che facciamo del passato: e quante volte raccontiamo la stessa situazione in terapia!

Questa labilità, probabilmente, ci allontana dalla verità oggettiva dell’evento, ma consente prospettive diverse, permette di fare nuove scelte di esperienza. Non sono solo i ricordi che possono cambiare inconsciamente, ma nuove narrazioni che creano consapevolmente qualcosa di nuovo. Possiamo aggiungere nuovi desideri, imprimere le nostre nuove visioni e certezze per incarnarle nella nostra vita presente. La nostra creatività può svolgersi senza la pesantezza del passato. Questo è il motivo per cui non dobbiamo oggettivare il passato in una narrativa ripetitiva perché poi tutto gela e i vecchi traumi non possono essere superati. Adam Buapua (traduzione dal testo originale francese di Pia Di Marco)

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