L’individuo e la società

Parlo dunque siamo – L’essere umano non solo deve confrontarsi con l’alterità, per esempio dovendo definire la sua identità sessuale in relazione all’altro sesso o sentire la forza del suo desiderio verso un altro, ma è anche inserito in un contesto sociale. È quindi la forma ternaria che entra in gioco.

Dal momento del concepimento, l’uomo è condizionato dal suo ambiente familiare. La sua identità, il suo desiderio sono forgiati in un sistema culturale e, in particolare, in un linguaggio di cui non è padrone. Per entrare nella comunità umana non ha altra scelta che parlare la lingua della madre! Ciò comporta il desiderio del bambino di comunicare con l’altra persona per consolidarsi bene nella forma duale, ma anche la necessità di accettare regole vincolanti, in quanto occorre rispettare gli usi definiti da altri. Non è così semplice! Succede che i gemelli inventano un loro linguaggio e si comprendono fra loro: solo dopo una certa età allargano i confini della comunicazione. A livello patologico, ci può essere uno schizofrenico che inventa un linguaggio delirante lasciandosi trasportare dallo slittamento delle parole che finiscono per essere completamente prive di significato.

Paradossalmente, anche se il legame tra significante e significato è arbitrario, se la grammatica è diversa per ogni lingua, è chiaro che l’individuo non può scegliere liberamente le regole. Il vocabolario e la grammatica di una lingua sono vincoli per la persona: basta imparare una lingua straniera per capire lo sforzo che il bambino deve fare per imparare (sicuramente con altri mezzi) la sua lingua madre. Affrancarsi da queste regole si può, talvolta, con il linguaggio poetico o con uno stile particolare, in questo caso la comunicazione con gli altri non è interrotta; ma nei profondi disturbi mentali la lingua è straniera e il legame con l’altro sono spezzati.

La generazione rovesciata. Un caso clinico – In ambito ternario, la morte, arbitro inesorabile, declina il susseguirsi delle generazioni e conferisce necessariamente una collocazione specifica e irreversibile in seno alla famiglia. Non siamo in grado di cambiare questa gerarchia, essa ha una sola direzione indicata dal filo del tempo: un padre non può essere il figlio di suo figlio né il figlio può essere il padre di suo padre. Quando un bambino diventa psicologicamente il genitore di sua madre o di suo padre, il danno psichico e le conseguenze sociali sono gravi. Nel proprio immaginario, il figlio non può generare poiché è già fantasticamente padre o madre dei suoi genitori!

Albert aveva una madre alcolizzata e un padre molto poco presente, lo vedeva solo una volta all’anno in occasione delle feste natalizie. Questo padre, avanti nell’età, aveva anche una moglie e dei figli in un’altra città: la sua alta posizione sociale non gli permetteva di riconoscere legalmente Albert, che era frutto di una relazione extraconiugale. Albert ammirava suo padre e ne comprendeva lo stato d’animo conflittuale: così non mostrò alcun senso di ribellione durante l’infanzia. Inoltre, si prese cura di sua madre al punto di andare, appena dodicenne, a recuperarla nei caffè, ubriaca persa. Adulto, dopo la morte dei genitori, iniziò una psicoterapia perché non poteva vivere una sola relazione affettiva: viveva come suo padre una doppia vita, con una donna e un’amante. Aveva grandi capacità nel suo lavoro, aveva sposato una donna bella e intelligente ma era impossibile per lui pensare di avere un figlio. Si rese presto conto che la sua situazione assomigliava a quella di suo padre, il che gli consentiva di stabilire con la figura paterna una complicità postuma. Ma non vedeva quanto fosse stato ingiusto per lui doversi occupare dei problemi dei suoi genitori quando era piccolo. Un giorno vide e sentì profondamente che non era al suo posto quando, da bambino, portò a casa la madre ubriaca: “i miei occhi si sono aperti – disse –  a un mondo nuovo”. La sua visione dell’ordine sociale era cambiata, la successione delle generazioni era stata rimessa a posto. Tuttavia, dopo un periodo di esitazione, non perse né l’ammirazione per suo padre né l’amore per sua madre, nonostante i loro difetti. Aveva fatto una scelta personale che chiamerei duale.

Con o senza Edipo bisogna sopravvivere – Nella questione delle generazioni la società gioca la propria sopravvivenza. Essa potrebbe avere una fine, il che è inaccettabile, almeno questo è ciò che si crede. La proibizione dell’incesto è il tentativo di preservare la continuità in una società, poiché Freud ha emblematicamente inscritto la problematica edipica nella sua teoria.

Tutte le società condannano severamente le trasgressioni delle regole trans-generazionali. L’endogamia (definita in modo diverso a seconda delle culture) è proibita. Il tabù non serve semplicemente a inibire la sessualità trasgressiva: garantisce il futuro della società obbligando a generare con una persona estranea alla famiglia. È, in un certo senso, un modo per scongiurare la morte – non quella dell’individuo, che è inevitabile, ma quella della comunità.

Se la proibizione dell’endogamia è davvero universale (almeno per i comuni membri della società), essa non si articola necessariamente attraverso lo schema madre-padre-figlio-figlia, contrariamente a quanto credeva Freud e a quanto credono ancora oggi molti psicoanalisti. Ai confini della Cina, c’è una società, i Na, senza padri né mariti. Queste due parole non esistono nel loro linguaggio. La discendenza è strettamente matrilineare: ogni membro della comunità vive nella casa materna e il genitore dei figli è generalmente sconosciuto perché le donne hanno molti partner sessuali scelti al di fuori della famiglia materna. Inoltre, il padre, quando è conosciuto, non ha alcun dovere verso i suoi figli, in compenso, gli zii materni hanno spesso un ruolo di autorità con i bambini. In questa società non ha senso la proibizione dell’incesto né il complesso di Edipo, eppure, c’è un ordine ternario perché la legge dell’esogamia è severa: non solo è proibito fare sesso tra membri della stessa famiglia, ma ogni ‘evocazione sessuale’ è proibita. Adam Buapua (traduzione dall’originare francese di Pia Di Marco)

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