I miei due amici straordinari – 3

di Mirella Delfini

Dino Buzzati poi era uno che non si lasciava affascinare facilmente, e anche a lui Rol aveva cambiato la carta in mano, aveva avuto un 10 di cuori e lo raccontava davvero molto colpito, così parecchio tempo dopo, appena il lavoro me l’ha permesso, ho ripreso il treno per Milano dove andavo spesso perché c’era la redazione di Tempo settimanale, l’ho visto e m’ha raccontato un’altra previsione che riguardava il Negus e che ora non ricordo: anche quella volta tutto era andato come aveva detto Rol. Poco tempo dopo sono arrivata fino a Torino e quando ho telefonato a Rol m’ha detto di nuovo “venga, l’aspetto”.

Dunque non era davvero una persona tanto difficile da avvicinare, anzi m’era sembrato felice di vedermi. Ci sono andata di corsa, allegramente. “Diamoci del tu”, ha detto, e io ero contenta perché nei giornali si è abituati a darsi tutti del tu così anche lavorare insieme e magari litigare diventa facile. Gli ho chiesto come dovevo chiamarlo, perché né Gustavo né Adolfo mi piacevano. Non s’è offeso, anzi s’è messo a ridere. Era uno che rideva volentieri, e questo aspetto del suo carattere mi stava bene, perché a me piace moltissimo ridere. Se non rido mi manca qualcosa di essenziale.

“Rol, chiamami Rol e basta. E mettiti seduta lì che parliamo.” Ora, a distanza di tempo, mi chiedo se avesse avuto l’idea d’avvisarmi della tragedia che stava per piombarmi addosso, cioè che Giorgio, il mio compagno, di lì a poco sarebbe morto all’improvviso per un ictus, ma non l’ha fatto, non ne ha parlato per niente. Invece all’improvviso – come se avesse cercato un argomento diverso dal dolore che naviga nelle nostre vite insospettato e prima o poi ci azzanna – si è messo a descrivere la mia aura (delle aure io sapevo poco o niente). “E’ ancora piccola – ha detto – però crescerà.” – “E’ d’oro?” – “No, non è d’oro, non esistono aure d’oro.” Che stranezza, secondo me tutte le auree dovrebbero essere d’oro, ma poi ci ripensavo, è vero che non sono aureole, però la parola aura viene dall’oro, no? Allora di che cosa sono fatte, di luce colorata?

Ero seduta sul divano, lui mi stava di fronte, in poltrona. Il suo viso, ma soprattutto la sua espressione, mi ricordavano qualcuno, però non riuscivo ad associarlo a nessuno. Un disco suonava Mozart che per lui era una vera passione. Dicono i suoi amici che lo ascoltava sempre e lo capisco perché è anche la mia, di passione. A Roma, quando tornavo a casa con un disco nuovo Simonetta, la mia figlia acquisita, mi chiedeva: “Quale disco di Mozart ti sei comprata, oggi?” Non le veniva neppure il dubbio che fosse musica di qualcun altro. Beh, non era proprio così, c’erano altri che mi piacevano, e anche la lirica … da piccola mio padre mi portava sempre al Politeama di Livorno a sentire le opere, mi faceva perfino ascoltare le prove, così le conoscevo bene, parola per parola. Però Mozart, un po’ più tardi, è diventato il mio preferito in assoluto.

All’improvviso, guardando Rol, m’è venuto in mente, come se fosse riemerso da una memoria non troppo remota, il viso di Napoleone. E mi sono chiesta “si saranno conosciuti, quei due, in una vita precedente? Dopotutto …” ma subito mi sono ritratta da quel pensiero come se scottasse. Era possibile, poi però ho pensato divertita che Napoleone non amava molto la musica, a parte quella delle fanfare di guerra … Invece qualcosa nel loro volto s’assomigliava parecchio: gli occhi azzurri, la strana linea che sembrava un taglio sotto il labbro inferiore, la forma del viso, l’espressione, anzi certe espressioni: era come se scattassero dei lampi, a momenti sembravano fondersi, amalgamarsi, a momenti no. La sola cosa che Napoleone aveva in più erano delle specie di riccioli sulla fronte mentre Rol era quasi pelato. Chissà se lui, intanto, aveva capito … dicevano che riusciva a seguire i pensieri degli altri, così come riusciva a leggere i libri chiusi. Magari se aveva capito s’era anche un po’ arrabbiato, perché a quanto m’hanno detto Rol non crede alla reincarnazione e io cominciavo proprio a pensare che fino al 5 maggio 1821 fosse stato Napoleone Bonaparte.

Ho cominciato a guardarmi intorno. C’erano tante cose belle nella stanza, alcuni affascinanti quadri (lui era un vero, grande pittore, dipingeva soprattutto le rose e qualcuno di quelli che lo frequentavano spesso come Fellini raccontava che a volte, improvvisamente, i fiori dipinti da lui si mettevano a profumare). Poco più in là, nell’ingresso, c’era anche un busto in marmo di Napoleone. Le braccia non c’erano, si fermavano sotto le spalle: un accenno e basta. Avrei voluto andare a guardarlo da vicino perché anche quello mi ricordava qualcosa, ma ho scansato il pensiero, e per distrarmi ho rivolto lo sguardo ai libri, alla serie dell’enciclopedia Treccani, su in alto, nell’ultimo ripiano della grande libreria bianca.

“Vuoi che ti legga una pagina? Facciamo un gioco, vediamo cosa c’è scritto”. “Troppa fatica. Ti tocca tirare giù uno di quei libroni …”
“Lo leggo da qui. – ha detto tranquillamente – Scegli il numero del volume, quello di una pagina e d’una riga”. Glieli ho detti così, a caso, il 5° volume, la pagina non la ricordo, la quindicesima riga. Lui ha socchiuso gli occhi poi ha cominciato a parlare come se leggesse. Ridevo, per me stavamo davvero giocando. “Bene, ma come faccio a sapere se in quella pagina c’è la frase che hai detto?”

Si è messo a scrivere le parole che aveva ‘letto’, poi si è alzato – in tutta la sua statura che era notevole (invece Napoleone aveva le gambe un po’ corte, se non sbaglio) – ha preso il volume, ha aperto la pagina e me l’ha fatta vedere. Le stesse parole, identiche. Anche se aveva una bella mente, come poteva sapere tutta la Treccani a memoria? Che dire, era solo un gioco, o voleva convincermi di qualcosa? Abbiamo parlato d’altro, ora non so più di cosa e io avevo l’impressione che tra me e lui ci fosse un feeling speciale, come … come se avessimo dei ricordi in comune, ma non si trovasse la via per incominciare a parlarne, solo viottoli senza uscita. Ci ripensavo spesso, una volta tornata a Roma. Che strano uomo, Federico Fellini e Dino Buzzati avevano ragione, era speciale, avevo fatto bene a rivederlo, a cercare di capire meglio.

Una sera m’ha telefonato lui, quand’ero tornata a Roma da un po’. Aveva letto il mio primo libro, “Insetto sarai tu!”, appena uscito con Mondadori. Ha detto che gli era piaciuto moltissimo, così aveva pensato di mandarmi un aiuto da lontano, insieme con alcuni amici, perché era piaciuto tanto anche a loro. Poi ha cominciato a raccontare una storia incredibile che non aveva nulla a che vedere col libro: “Sai, mentre eravamo lì riuniti, a un certo punto si è presentata un’entità, dicendo che era stato il tuo fidanzato quando avevi 18 anni e lui 22. Ha detto anche: “Non sono morto in guerra, non proprio … Ma purtroppo avevo preso una via sbagliata, di violenza, di odio. Però nella grande sventura di morire così giovane ho avuto il bene di capire e di trasformarmi”.

Io mi stavo bagnando di sudore, e piano piano dalla poltrona scivolavo in terra, quasi in ginocchio. Rol non poteva sapere niente di Gino – si chiamava Luigi Minasi ed era morto davvero a 22 anni. Poi Rol ha aggiunto: “Sai, ha spiegato d’esserti rimasto vicino per tutti questi anni sapendo che sei … quella che sei, insomma. Ti dice qualcosa questo? Hai avuto un fidanzato morto giovane? E che significa ‘non sono veramente morto in guerra?”

Ascoltavo col cuore in gola, la mia fronte continuava a bagnarsi… e lui come poteva, a quasi trent’anni dalla morte del mio fidanzato, conoscere quella storia? Eravamo due giovani sconosciuti, due studenti. Il significato della frase che gli pareva strana invece lo sapevo: la morte di Gino era stata poco chiara per tutti. Il padre aveva perfino rifiutato la medaglia d’argento, convinto che quei suoi commilitoni fascisti (era partito sia pure controvoglia col battaglione San Marco, ma non c’era altro modo per cercare di venire al nord) l’avessero ucciso perché era ‘rosso’ ed era partigiano.

“Sì – ho detto – è tutto vero. Penso che l’abbiano ammazzato i fascisti, ma la storia non è mai stata chiarita. M’era arrivata una sua lettera, diceva che sperava di venire a raggiungermi, e che partire con ‘loro’ era la sua unica possibilità di passare le linee. Credo che quelli siano riusciti a far ribaltare il tank M13 dov’era. Stava sopra, a cavalcioni, sulla torretta … ma in quel punto del loro percorso, ad Ascoli Piceno, la guerra non c’era. Non è morto in guerra, dunque. Quella notizia per me era stata devastante.

Nei giorni successivi non ho fatto che pensarci, ma soprattutto pensavo a Gino che aveva detto a Rol d’essermi stato sempre accanto, mentre io non l’immaginavo davvero e oramai, dopo tanti anni dalla sua morte, pensavo così poco a lui. Eppure avrei avuto proprio bisogno di sentire qualcuno vicino, mi sentivo terribilmente isolata perfino da me stessa, una sensazione angosciosa che non so nemmeno descrivere. Continua il prossimo venerdì 5 aprile.

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