I miei due amici straordinari – 4

Ora, a Roma, vivevo sola. Avevo avuto un marito dal quale m’ero separata presto e un compagno, Silvano, un giornalista intelligentissimo e molto colto con il quale però non era facile andare d’accordo, colpa anche mia, forse, perché sono un’arietina tignosa. Infine avevo quasi sposato Giorgio Signorini, un altro giornalista, che era capo dei servizi esteri di Repubblica e sicuramente migliore di me. Purtroppo è morto all’improvviso per un ictus: la tragedia che Rol certo sentiva arrivarmi addosso come un macigno, ma di cui non m’aveva voluto parlare, era quella. Giorgio era stato un grande amore, durato circa vent’anni, qualcuno di cui fidarmi ciecamente, un cervello in totale sintonia col mio. Senza di lui mi sentivo come spaccata a metà e soprattutto di sera la casa di Roma, che pure amavo, mi sembrava un eremo isolato dal mondo: alta, fredda, vuota in modo insopportabile e non capivo perché dovevo restare lì, senza nessuno, con tanti anni davanti prima di raggiungere quelli che se n’erano già andati. Mio figlio aveva la sua vita, era sempre lontano, sposato.

Pensavo anche a mia madre, a certe mattine dell’infanzia quando mi faceva guardare le ragnatele imperlate di rugiada che al sole sembravano collanine di fata splendenti, o mi spiegava che quei giocattolini azzurri che un giorno avevano riempito la riva e parte della spiaggia, erano vivi, si chiamavano velelle: animalini spiaggiati forse dal vento, così bisognava andarli a riversare in mare, sennò morivano. Pensavo a quando mi faceva sfiorare appena la cipria sulle ali di una farfalla dicendo “non gliela portare via sennò non possono più volare”. Ora il tempo mi stava trascinando lontano da ogni tenerezza, mentre tutto diventava sempre più difficile e gli esseri umani facevano a gara per distruggere se stessi. Ero sola. E loro dov’erano? Ma avevo così poca speranza, allora, che esistesse un Aldilà.

Quella sera, con rabbia, ho gridato: “Se ci siete ancora, accidenti, che vi costa dire una parola?”. Poi sono salita al piano di sopra. Giù il registratorino era rimasto acceso e sulla bobina, quando sono tornata e ho schiacciato rewind – senza nessuna speranza, anche se qualcuno sosteneva che loro a volte mandavano dei messaggi – si sentivano i miei passi mentre salivo le scale, il cigolìo della porta che avevo aperto, poi di nuovo i passi, questa volta in discesa. E infine due parole, anzi una sola, ma ripetuta due volte: “Coraggio … coraggio”. L’avrò ascoltata cento volte, però è così difficile credere che ti parlino veramente da un altro mondo. Eppure la voce sembrava proprio quella di mia madre, anche se la parola era appena sussurrata. Secondo me con quel suo caratterino cocciuto quasi come il mio era riuscita a spuntarla con Loro e a rispondermi.

Dopo qualche giorno sono fuggita a Capalbio, dove avevo una casetta così piccola che quasi mi abbracciava. Ero a pezzi, però a momenti pensavo di andare a Torino da Rol. Pensavo che forse mi poteva un po’ aiutare, non so come. E una mattina ha suonato il telefono.

“Sono Rol”, ha detto con la sua voce inconfondibile. Ho provato un senso di vertigine e ho dovuto sedermi quasi in terra, su un gradinetto che divideva l’unica stanza in due. Poi ho sussultato “ma come hai fatto a chiamarmi, chi ti ha dato il numero?” Nemmeno se m’avesse telefonato il Papa sarei rimasta così scioccata. La mia casa in realtà era a Roma e il numero di Capalbio non era ancora sull’elenco. Ha risposto: “Infatti non lo trovavo, poi l’ho chiesto a Giorgio e lui m’ha detto come trovarlo.”

“L’hai chiesto a Giorgio?! … Ma se è morto il 26 di settembre. Non lo conoscevi neppure …”

“Che importanza ha se lo conoscevo o no quand’era qua?”

“E loro, di là, si ricorderebbero perfino i numeri di telefono?” Non mi riusciva di crederci. Però quel numero come poteva saperlo?

“Loro sanno tutto – ha risposto Rol – siamo noi che sappiamo poche cose. Tu hai bisogno di aiuto, Giorgio s’è raccomandato di confortarti e farti capire che lui c’è ancora. Anzi, dice che è più vivo di prima. Quando vieni a Torino ne parliamo. Volevo anche dirti di nuovo che il tuo libro ‘Insetto sarai tu!’ è bellissimo, più lo leggo più mi piace. E’ eccezionale, grazie di averlo scritto. Tu lavora, lavora sempre, è la tua salvezza: ti aiuterà a superare anche la dipartita di Giorgio da questa Terra.” Le lacrime disseccate da decine di anni, ecco, si stavano sciogliendo di nuovo, ho pianto sul ricevitore dal quale era uscita la sua voce confortante: “Vieni a Torino, vieni presto.”

Mirella Delfini (Continua il prossimo lunedì).

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